martedì 27 aprile 2010

Tu tubi


Coi soliti tempi biblici, è arrivato anche il canale youtube.


Ad ora, ci sono una versione di Marina, la neve che si vede meglio e soprattutto sempre.

Poi, due animazioni:

la sigla della trasmissione L'Era Glaciale di Daria Bignardi, che ho fatto con Gianni, in arte Gipi, l'anno scorso,

e il servizio a fumetti dell'ultima puntata di questa stagione di Tetris, la storia delle liti tra Fini e Berlusconi, prima degli ultimi avvenimenti.

Presto caricherò altre animazioni, un pò di documentaristica, le altre cose che ho fatto.

Non scrivo più.
Non mi riesce ragionare di quello che faccio, ultimamente. Mi sembra di celebrarmi. Mi sembra di stare a guardare.

Mi riesce molto più facile farlo, e basta.

D'altronde, in un certo senso, non ci sono grosse novità.

E' ancora difficile.
E' ancora bellissimo.

venerdì 5 marzo 2010

Mentre scendi


Mi sono preso una pausa.

L'ho fatto, ogni tanto bisogna staccare.
Le cose non sono oggettive, me l'ha detto Gianni, mio fratello.

Me l'ha detto solo per tirarmi un pò su e non ci credo, non fino in fondo.

Per quel pò che è vero, però, ora sto meglio.

Sono stato a sciare, ancora neve.
Coperte di bianco, le cose sono un pò più oggettive, forse, sicuramente molto belle.

Caricherò qualche altra palata di neve appena mi sarò fatto un canale youtube e avrò recuperato la telecamera, che proprio a causa della neve, questa volta a roma, si è rotta.
In verità la telecamera si è rotta perchè sono un demente, la neve mi ha solo dato una mano.

Mi ha dato una mano anche a riposarmi e a scendere dai monti, però.

Mentre scendi stai attento a seguire bene quello che hai sotto i piedi, cerchi di non scomporti mentre prendi velocità.

Non mi è riuscito sempre, ho fatto un bel paio di voli.

Ti rialzi e ricominci.

Scendi ancora, ancora più veloce, il più composto che puoi.

Eisenberg ha detto, un pò di tempo fa:

« non è possibile conoscere simultaneamente la velocità e la posizione di una particella con certezza »

in questa scatola a sonagli che mi ritrovo al posto della testa è come se avesse detto:

« non puoi dire quello che sei ora fino a che non sarai qualcosa di diverso »

e anche:

« mentre guardi, ogni cosa sta cambiando »

questa roba continua a ronzarmi in testa, mentre inizio un nuovo lavoro, il più bello che ho mai potuto fare.

Potevo dirlo anche con meno parole.

Potevo dire anche, semplicemente:

sto bene.

lunedì 8 febbraio 2010

Let it snow..


Avevo cinque anni.

Mamma mi sveglia mi dice vieni a vedere.
Non lo so perchè, ma nel ricordo che ho è domenica, guardo dalla finestra e il tetto della scuola che ho sotto casa è bianco, bianco il piazzale, bianco dappertutto.

Certo che l'ho già vista, la neve. Ma mica sotto casa.

La neve fino ad allora è una cosa da vacanze.
Da partire presto col buio il babbo già incazzato la mamma che si affretta presto hai preso tutti i vestiti la macchina in galleria autogrill posti strani dal finestrino.
Poi, all'arrivo da qualche parte, la neve.

Quel giorno non è così. Quel giorno il bianco è lì senza che facciamo niente, io mi sono appena svegliato.

Ce ne andiamo alla polveriera, dai nonni, fuori città.
Là mi ricordo solo che cercavo di aggiustarmi un sacco del lozzo sotto al culo col babbo, poi giù per la discesa.
La neve era divertentissima.

Sono passati venticinque anni.

La neve è tornata a massa, anche io.

Ho girato questo video stupido con la Fra.

La telecamera è più piccola della mia mano, e non sta ferma (avevate dubbi?) ma è stato divertente anche questa volta.


giovedì 4 febbraio 2010

Nel sogno sono il gatto


E lo sono davvero.

E' solo un'anticipazione però.

C'è tanta di quella roba da buttare giù, che ho le vertigini, ad iniziare.

Il Serchio non ha risparmiato Lucca, Pisa, nè me.

A me con la piena mi ha portato un fratello maggiore e una storia stupida, inutile, meravigliosa.

Fra un pò la racconto.

Intanto ieri è ricominciato Tetris, programma in onda tutti i mercoledì in prima serata su la7.

All'interno i servizi a Fumetti di Emanuele Fucecchi, animazione e regia video sono mie.
Una collaborazione dibattuta per entrambi senza dubbio, ma che continua a dare risultati sempre più apprezzati.

Non ultimo, lo spazio che Repubblica TV ha dedicato al fumetto d'esordio su Berlusconi di ieri sera:


qui un esempio di fumetto dell'anno scorso:


Il 14 Febbraio nuova proiezione a Forte dei Marmi di Lavorare Liberi,
io e il maledetto dello Stagi siamo là.

come dicevano gli studenti del Maggio francese,

ce n'est qu'un debut.

sabato 16 gennaio 2010

UN ANNO e poco altro


Auguri a tutti.

Avrei voluto scrivere prima della fine dell'anno, quando è venuta la neve a Massa, o poco dopo, quando il mare sempre a Massa si è portato via qualche bagno quasi per intero.

Avrei voluto scrivere subito dopo l'inizio del nuovo anno, di una bella festa di fine anno alla quale ho partecipato con gente divertente, di un cortometraggio imbecille che abbiamo girato nella nebbia dell'appennino.

Ma non sono riuscito.

Mentre recupero il tempo per farlo, pubblico l'inizio questo racconto che ho scritto ormai sei sette anni fa, forse di più.

Con una promessa.

Entro l'anno finisco anche questo.
Insieme a mille altre cose. Che non riesco mai a stargli dietro.

Perchè oggi c'è un bel sole, fuori, e con tutti i s(e/o)gni del mondo su un foglio, uno schermo, una pellicola o quello che abbiamo, non riusciremo mai a renderlo vero.

Resta solo una cosa, da fare.

Pubblico questo pezzo di racconto e la faccio.

La vita, diceva Oscar Wilde, è ciò che succede mentre noi pensiamo ad altro.

Ultima cosa. Un fanto è un ragazzo: una di quelle cose ganze e terribili che popolano la Versilia.



IMPRESSIONE: LA FINE DELL’ ESTATE.


Di tanto in tanto il retino si piantava nella rena per uscirne con qualche mozzicone di sigaretta o una cannuccia di plastica di traverso; il fanto teneva il passo corto e la sua solita espressione pacata.

Mario che era un gran brav’uomo se lo guardava andare avanti e indietro di sdraio in sdraio nell’aria spumosa del primo vento debole.

Quando il retino era troppo pieno il fanto lo svuotava dentro uno dei cesti là tra le file di ombrelloni e continuava, ormai aveva quasi finito.

Stamani al suo arrivo aveva trovato Mario che spostava un lettino per pulire sotto: la pioggia della notte aveva indurito la sabbia e non si poteva passare il colo, spiegava il vecchio con la sigaretta piantata in bocca.

Prima di togliersi di bocca la sigaretta aveva passato il retino al fanto e gli aveva detto di finire; era andato a sedersi sotto al capanno ed era ancora là col naso puntato da qualche parte sopra gli ombrelloni.

Il cielo restava opaco e scuro, non solo per l’ora del mattino: qualcosa saliva lentamente lungo lo stomaco e dietro, per la schiena di Mario, qualcosa che aveva raggiunto i suoi primi passi stamani nella sabbia priva di calore e che una buona volta si decideva a stringere: davanti agli occhi Mario aveva un appartamento con le finestre aperte sulle palme ai bordi del viale, alcuni oggetti sopra un tavolo che non poteva distinguere per il velluto della sera…

Il fanto conosceva il suo lavoro, mancava solo di esperienza.

Mario fu distratto dal sibilo di un cappuccio di plastica contro la tela dell’ombrellone, chiamò forte il fanto e gli fece cenno col braccio.

Quello interruppe il lavoro ed iniziò a risalire la passerella, guardando le file.

“Oh!”

“Oggi non li apriamo gli ombrelloni, tà. Ho visto le rondini volare basse e mi sa che torna a piovere, porta aggiù la roba per la guardia e pianta l’ombrelo lontano dall’acqua; po’ passe la granata che t’ha finito.”

Il fanto non rispose nemmeno.

Mario parlava senza sconti, uguale per tutti, da decine di anni: mai cambiato una parola, mai torto una virgola.

Per cinque mesi all’anno da quarant’anni aveva a che fare con la gente, e il grosso della gente era di fuori. Mario non ne aveva mai fatto una questione.

D’altronde non aveva a cuore di essere capito alla lettera. Li guardava dritti negli occhi, per lui valeva qualsiasi lingua al mondo. Non esistono due stranieri che si guardano negli occhi, pensava Mario.

Il fanto, d’altra parte, lo aveva trovato proprio là.

In fondo a quei buchi di sabbia che aveva in mezzo al viso.

Dal brav’uomo che era, Mario aveva trovato qualcosa dal primo giorno negli occhi del fanto.

Qualcosa che gli ricordava il modo che ha il cemento di colare e depositarsi, di come sembra irrecuperabile il fondo.

L’intesa tra i due era stata subito buona.

Il fanto reclinava appena la testa, si passava la mano sui capelli corti mentre ascoltava le istruzioni di Mario, che lo teneva d’occhio per accertarsi che capisse.

Non dava mai un cenno di comprensione.

Alla fine però sbrigava tutto quello che gli era stato chiesto, in tempo ragionevole.

Se si perdeva un attimo, si fermava a metà della passerella, come ascoltando qualcosa.

Mario allora lo avvicinava e gli lasciava qualche boccone di rimbrotto.

I salvagente… la chiave dello stanzino… porta via i cesti.

Erano andati bene; per tutta l’estate che c’era stata, oramai.

Il vento cominciava ad alzare, giocava con la maglia tesa sul petto del fanto disegnando piccole onde sulla stoffa. La schiena di poco piegata sul manico corto della scopa, il fanto saliva a piccoli passi preceduti dai colpi delle setole che ripulivano la passerella dalla sabbia.

Il fruscio delle spazzolate rompeva lo scroscio crescente e più disteso della mareggiata che aumentava lentamente.

Fatta la passerella, il fanto chiuse la scopa e gli attrezzi nello stanzino e si andò a sedere vicino a Mario, dall’altra parte del tavolo.

Mario si girò verso di lui: “oggi è andata di lusso, eh?”

Il fanto sorrise piano, poi prese da un piattino sul tavolo una delle due paste.

“Come hai fatto con i pattini?”

“Il salvataggio l’ho spostato su di poco, l’altro l’ho portato quasi addosso alla prima fila. Il mare li aveva portati parecchio giù.”

“Mm…”. Mario prese la sua pasta e fecero colazione, in silenzio.

“Sciopero radio, oggi?”

Sul tavolo dietro al piattino Mario di solito metteva una radiolina… diceva riucisse a prendere la Corsica, se il tempo era buono e a pochi metri dalla costa, ma il fanto non l’aveva mai sentita.

In realtà dubitava della leggenda: il segnale era disturbato anche con molte frequenze locali, ma al vecchio non l’aveva mai detto.

Ci sembrava attaccato, Mario, a quell’aggeggio.

Stringeva gli occhi con pazienza e girava quella rotella come si fa con le cassaforti, in mezzo ai rumori delle stazioni.

Se trovava musica Italiana dei suoi anni era contento: ogni tanto provava qualcosa di nuovo per il fanto, ma ne rimaneva deluso sempre.

Il più delle volte così finiva a giornali radio e bollettini della guardia costiera.

Al fanto non dispiaceva.

Mario che era un brav’uomo era interessante da ascoltare quando parlava del mare come lo aveva imparato; di come gli era legato anche se lo aveva lasciato presto.

Stamani non c’erano bollettini e non c’erano racconti.

Senza nessuno che lo annunciasse stamani il mare si faceva avanti e riempiva l’aria fino al cielo.

Loro sulle sedie avevano tutto addosso ma non riuscivano a parlarne.

Il vento spingeva i minuti, li muoveva piano.

Il fanto fu il primo.

“Vado a far dare un occhio al motorino… è la seconda volta che mi lascia a piedi.”

“Non andare qui a Marina, tà. Non ce ne sono di buoni. Cerca verso Massa… quello al Cinquale sulla via verso il mare lavora bene. Non farti fregare.”

Il fanto corrucciò un poco la fronte.

“Mi si spegne. E lo devo spingere. Da ora che sono arrivato al Cinquale è sera. No, vado da un mio amico, ce lo facciamo da soli.”

“E’ la meglio.”

Il fanto si stava già incamminando verso la fine delle cabine, sempre con quel passo misurato.

Mario alzò gli occhi. Il fanto e le nuvole che aveva sopra, rapprese addosso alle Apuane.

“Copriti che arriva!”

Da laggiù il fanto si chiuse nelle spalle, prima di uscire.


giovedì 17 dicembre 2009

LAVORARE. LIBERI.


Riguardo tutto il filmato.

Penso a quando siamo andati a girarlo, io e Fede, al paese.
Era ferragosto.

Come comincia, questa storia.

L'inizio non ci piace, l'inizio non va.
Il Presidente della Condomini ci vorrebbe qualcosa, come un'esplosione, una varata, un libro fatto in 3d che si apre.
Navighiamo a vista, chiedo al Presidente se possiamo girare qualche scena con i soci storici.

Non sono molti, un gruppo di anziani riservati.
Tre di loro accettano, ce li facciamo bastare eccome.

Uno di loro è Isaia. Lui lo sa come inizia la storia: non quella finta dentro il nostro obiettivo e i nostri hard disk, quella vera.
Lui l'inizio ce l'ha in salotto: lo respira tutte le volte che si siede a quel tavolo, gli parla la sera, quando hai finito con la cena ma non puoi ancora andare a letto.

Si scaldano con lo stesso camino, d'inverno, Isaia e l'inizio della nostra storia.

Ce lo dice: era tutto qui. Ci eravamo riuniti per decidere, per vedere chi ci stava a cominciare.
A telecamera spenta, lo dice.
Non mi fate parlare, eh! non mi intervistate che io...
Gli trema già la voce, si sbrodola negli occhi..

Sorridiamo. Tranquillo, gli dico. Prendiamo solo due immagini, si può mettere alla finestra, come se guardasse fuori?
Cerco il posto alla telecamera, non ho tempo, ma mi fermo un attimo e lui è lì, sereno, chissà cosa vede di fuori.

Questo sabato, 19 Dicembre, alle ore 16:00 all'Albergo Vallechiara di Levigliani, c'è la presentazione del documentario LAVORARE LIBERI,

di Federico Stagi e me.

Sono riuscito a liberarmi dal lavoro e dagli impegni, e vado.

Il lavoro ha i suoi limiti, ne siamo coscienti, imposti da un milione di cause che non starò qui, non ultima nè io nè fede siamo documentaristi con anni di esperienza alle spalle.
Si può migliorare e lo miglioreremo di sicuro.
Ma ci siamo affezionati, a questo lavoro.
E tanto.

Io per due motivi, che sono due mancanze.

La prima ha a che fare con Isaia, Isaia Battelli.
E con tutti loro.
"E lassù non c'era nulla" dice ancora, Isaia, la voce che non ne vuole sapere di stare ferma.
"non c'era nè acqua, non c'era strade, non c'era viottoli, non c'era nulla"
un altro, si chiama Emo, finisce per lui:
"sono partiti in tre o quattro della cooperativa col badile, la pala, il canestro sulle spalle e sono andati lassù a lavorare incima al Corchia.
Cosa grave, che è stata."
dice, come un alunno delle elementari ti ripete la tabellina: la telecamera puntata addosso fa questi scherzi.
Poi sorride.
"beh, insomma. Siamo sempre qua."

Alberto:
"mi ricordo che nel 1956, al momento della nascita della cooperativa, c'era molto entusiasmo, e voglia di lavorare in Libertà"

Ancora Isaia.
"A quel tempo non è che andasse tanto bene, andava male. Era un lavoro bestiale e un lavoro.. brutto, via."
"via" lo dice spezzato, poi si deve riprendere ancora. E' più forte di lui.

L'altro si chiama Natale:
"trecentoventiquattrore, in un mese. Én tante, eh?
Facevo la giornata, la nottata in cava, e la mattina dopo andare alla Lizza."
Sembra abbia fatto una monellata, mentre te lo racconta.
"Perchè tra l'altro, eravamo uniti, noi. Avevamo una forza! Ma no solo io, eh. Tutti, tutti insieme. Nella speranza di che ci fosse una fortuna migliore."

non è letterale, non tutto, quello che riporto.

Lavorare Liberi è la storia di un paese, Levigliani, che ha comprato il monte Corchia dall'ultimo dei De' Medici.
Questi vecchi si sono costruiti da soli le cave e la strada per arrivarci.
Una strada intera, ci passano i camion da più di trent'anni.
Lavorato notte e giorno per mesi interi, guadagnato niente per decenni, dormito in capanna, rischiato la vita a ogni passo sotto tonnellate di pietra.

Lo raccontano e hanno voglia di ridere, non trattengono niente, si ingarbugliano nel dialetto, partono che non hai finito la domanda.

Stavo cercando di capire se prendere il lavoro, perchè mi sembrava un'epopea, e forse non ne valeva la pena.
Ho chiesto a Fede una mano, se lo avessi fatto da solo mi sarei dovuto chiudere in studio per dei mesi a fare solo quello, e non me lo posso permettere.

In una mail di risposta Fede disse che non potevamo rifiutarlo, era troppo bello.
"Io questi qui" dice in quel momento Fede, che ha il loro stesso accento e la loro stessa tempra, "li vorrei al governo"

Ho stretto la mano ad alcuni di loro.
Questa mano qui. Che non sa piantare un chiodo.
A quelle mani lì.
A isaia, per primo, me lo ricordo come ora. Era emozionato. Lui.
A volte è veramente strano, come siamo.

Isaia è mancato poche settimane fa. Aveva più di ottant'anni.
Io sono fortunato, che l'ho conosciuto.

Porto tutti loro con me, come un esempio. Di chi ha voluto lavorare libero dal padrone, e ha pagato sacrifici enormi, e qualche moccolo, per sè e per le generazioni a seguire.

Come me, e probabilmente di più, Fede.

Che è il secondo motivo. E la seconda mancanza.

Perchè siccome il destino è un pò un bastardo, proprio Fede sabato alla presentazione non ci sarà.
Deve lavorare, sabato.
E così non otterrà quel riconoscimento che gli è dovuto.

Perchè lui questo lavoro, anche per motivi di sangue, l'ha sentito più di me.

E alla fine, è per lui che tutto è finito così bene.
Io sto a Roma, rincorro altri mille lavori, perdo la pazienza, manco in momenti importanti.

Federico Stagi non ha fatto una piega mai.
Se cedevo un attimo, si accollava tutto lui.
Se c'era una rottura di palle, potevo star tranquillo.
Mi veniva a prendere alla stazione, portava a casa, rimpinzava di roba cucinata dalla Ale, che se c'è qualcosa lassù l'ha cucinato la Ale, e si sorbiva ore di sbroccamenti da parte del sottoscritto.
Intanto, faceva da sè più di metà del lavoro, e correggeva il mio.

Michel Platini diceva che il capocannoniere del campionato Italiano sarà sempre chi giocherà a fianco di Boniek.
A parte che gli juventini mi stanno sulle palle, io di Platini non ho nemmeno le stringhe.
Ma se mi mandate in campo con Fede, vinco anche io.

Sono buoni tutti, così.

Lo so, ho rotto le palle.

L'ultima cosa, vorrei essere chiaro.

L'inizio della storia l'abbiamo trovato.

C'è il monte, ci sono Achille, Natale, e Isaia che guardano verso il monte, fuori dalla finestra, che tornano in casa, leggono sul registro la storia della cooperativa mentre le voci degli altri ricordano com'era all'inizio.
C'è la loro foto, tutti attorno a quel blocco.

Per me, è l'esplosione più forte che che ci sia.

Durante le riprese, alla fine ho chiesto loro di alzare lo sguardo dal registro e sorridere guardando in alto.
E' stata una ruffianata, una specie di trucchetto da vecchio operatore di cinegiornali.

Nessuno di loro, infatti, era naturale.
Il sorriso usciva storto, a tutti, anche se ci provavano con tutte le forze.

Quel sorriso lì, storto, con tutto me stesso, mi è rimasto a me.
Ce l'ho ancora, mi fa sentire scemo, a volte.

A volte credo che sia semplicemente tutto lì.


E qui c'è il trailer: è un pò pochino, e ne uscirà uno meglio,
ma per ora basta questo qui.





venerdì 4 dicembre 2009

EVO - Il tempo delle fiabe

Quando un poeta latino iniziava una satira, per primo usava questa formula.

Primum ego me illorum dederim quibus esse poetis,

exceperam numero…

Per prima cosa io mi toglierò dal numero di coloro ai quali concedo di essere poeti

Ingenium cui sit, cui mens divinior atque os

magna sonaturum, des nominis huius honorem…

A chi possegga ingegno, a chi una mente più che divina e una bocca

destinata a sublimare cose grandi, a costui devi concedere l’onore di questo nome…


è un esempio tratto da Orazio.

Dice, lui: non mi chiamate poeta, non sono un poeta.

C'è gente più brava di me, che ha l'ispirazione degli dei, quella vera, e che quindi scrive generi molto più aulici, molto più elevati stilisticamente e per contenuto del mio, io voglio solo scrivere una satira.

E' solo un esempio.

Il fatto di chiedere scusa, appunto, per non avere la forza d'animo e di espressione per trattare temi più aulici ( al tempo leggasi anche commerciali ) era una formula fissata, che ritorna all'inizio di molte satire.

In realtà credo che ai tempi fosse un pò un convenevole, un pò una ruffianata... in entrambi i casi molto meno di quello che sto per fare io, al momento di parlare di Evo.

Evo è una miniserie a Fumetti, di cui sono autore insieme al compagno di briscola di una vita, Tommaso De Stefanis.

Il secondo volume di Evo, Il tempo delle fiabe, è appena uscito alla Fiera dei Comics di Lucca.

Andrea Del Campo, il disegnatore, ed Eleonora Dea Nanni, che ha disegnato l'epilogo della storia, hanno portato a termine un lavoro da veri Professionisti.

Tommaso De Stefanis e Io abbiamo firmato la sceneggiatura.

Notte, una scuola occupata, una ragazza che ha strane visioni di un fiume e decide di confidarsi.

Il nostro rapporto difficile con la realtà di tutti i giorni.

Evo comincia così.

Nelle tavole di un grande Francesco Trifogli, qui sotto, Fiore ha raccontato tutto ad Ezra, il ragazzo che si è innamorato di lei senza dirglielo.

Visioni, mostri, matti del paese ed assassini sanguinari.

Ezra le risponde con quello che sa, sull'esclusione e sulla realtà.

Massa, lo scoppio della farmoplant, il bambino, le visioni, il fiume.

Il fumetto, la realtà.

Queste sono le pagine di Evo a cui sono più affezionato.

Forse perchè le ho scritte io.

Forse perchè provano a portare il nostro mondo di provincia coi suoi drammi e le sue piccole rivalse da un'altra parte, cosa che non ho più fatto, da allora.

Non più in questo modo.

Montale aveva detto: Cerca una maglia rotta nella rete

che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!

Va, per te l' ho pregato, - ora la sete

mi sarà lieve, meno acre la ruggine...

Evo lo trovate in molte fumetterie, e fra poco anche nelle librerie, probabilmente.

Evo ha avuto il grande pregio di tenermi la mente sveglia e la voglia di scrivere nei momenti più bui di questi dieci anni, fino qui.

E' stato la mia ancora, è buffo, quando per me la realtà era veramente difficile e non riuscivo a lasciare andare l'immaginazione, se non con queste storie.

Col tempo, ho maturato la convinzione che quello che ci circonda veramente è molto meglio di ogni storia che possiamo inventare.

Quando ho scritto Evo, la pensavo diversamente. A volte, l'evasione è necessaria.

A volte è il tempo per le fiabe, anche se come questa hanno toni più scuri e metropolitani.

mi scuserete, se per questa volta non ho parlato una lingua più degna.

Ingenium cui sit, cui mens divinior atque os

magna sonaturum, des nominis huius honorem…