martedì 27 aprile 2010
Tu tubi
venerdì 5 marzo 2010
Mentre scendi
lunedì 8 febbraio 2010
Let it snow..
giovedì 4 febbraio 2010
Nel sogno sono il gatto
sabato 16 gennaio 2010
UN ANNO e poco altro
IMPRESSIONE: LA FINE DELL’ ESTATE.
Di tanto in tanto il retino si piantava nella rena per uscirne con qualche mozzicone di sigaretta o una cannuccia di plastica di traverso; il fanto teneva il passo corto e la sua solita espressione pacata.
Mario che era un gran brav’uomo se lo guardava andare avanti e indietro di sdraio in sdraio nell’aria spumosa del primo vento debole.
Quando il retino era troppo pieno il fanto lo svuotava dentro uno dei cesti là tra le file di ombrelloni e continuava, ormai aveva quasi finito.
Stamani al suo arrivo aveva trovato Mario che spostava un lettino per pulire sotto: la pioggia della notte aveva indurito la sabbia e non si poteva passare il colo, spiegava il vecchio con la sigaretta piantata in bocca.
Prima di togliersi di bocca la sigaretta aveva passato il retino al fanto e gli aveva detto di finire; era andato a sedersi sotto al capanno ed era ancora là col naso puntato da qualche parte sopra gli ombrelloni.
Il cielo restava opaco e scuro, non solo per l’ora del mattino: qualcosa saliva lentamente lungo lo stomaco e dietro, per la schiena di Mario, qualcosa che aveva raggiunto i suoi primi passi stamani nella sabbia priva di calore e che una buona volta si decideva a stringere: davanti agli occhi Mario aveva un appartamento con le finestre aperte sulle palme ai bordi del viale, alcuni oggetti sopra un tavolo che non poteva distinguere per il velluto della sera…
Il fanto conosceva il suo lavoro, mancava solo di esperienza.
Mario fu distratto dal sibilo di un cappuccio di plastica contro la tela dell’ombrellone, chiamò forte il fanto e gli fece cenno col braccio.
Quello interruppe il lavoro ed iniziò a risalire la passerella, guardando le file.
“Oh!”
“Oggi non li apriamo gli ombrelloni, tà. Ho visto le rondini volare basse e mi sa che torna a piovere, porta aggiù la roba per la guardia e pianta l’ombrelo lontano dall’acqua; po’ passe la granata che t’ha finito.”
Il fanto non rispose nemmeno.
Mario parlava senza sconti, uguale per tutti, da decine di anni: mai cambiato una parola, mai torto una virgola.
Per cinque mesi all’anno da quarant’anni aveva a che fare con la gente, e il grosso della gente era di fuori. Mario non ne aveva mai fatto una questione.
D’altronde non aveva a cuore di essere capito alla lettera. Li guardava dritti negli occhi, per lui valeva qualsiasi lingua al mondo. Non esistono due stranieri che si guardano negli occhi, pensava Mario.
Il fanto, d’altra parte, lo aveva trovato proprio là.
In fondo a quei buchi di sabbia che aveva in mezzo al viso.
Dal brav’uomo che era, Mario aveva trovato qualcosa dal primo giorno negli occhi del fanto.
Qualcosa che gli ricordava il modo che ha il cemento di colare e depositarsi, di come sembra irrecuperabile il fondo.
L’intesa tra i due era stata subito buona.
Il fanto reclinava appena la testa, si passava la mano sui capelli corti mentre ascoltava le istruzioni di Mario, che lo teneva d’occhio per accertarsi che capisse.
Non dava mai un cenno di comprensione.
Alla fine però sbrigava tutto quello che gli era stato chiesto, in tempo ragionevole.
Se si perdeva un attimo, si fermava a metà della passerella, come ascoltando qualcosa.
Mario allora lo avvicinava e gli lasciava qualche boccone di rimbrotto.
I salvagente… la chiave dello stanzino… porta via i cesti.
Erano andati bene; per tutta l’estate che c’era stata, oramai.
Il vento cominciava ad alzare, giocava con la maglia tesa sul petto del fanto disegnando piccole onde sulla stoffa. La schiena di poco piegata sul manico corto della scopa, il fanto saliva a piccoli passi preceduti dai colpi delle setole che ripulivano la passerella dalla sabbia.
Il fruscio delle spazzolate rompeva lo scroscio crescente e più disteso della mareggiata che aumentava lentamente.
Fatta la passerella, il fanto chiuse la scopa e gli attrezzi nello stanzino e si andò a sedere vicino a Mario, dall’altra parte del tavolo.
Mario si girò verso di lui: “oggi è andata di lusso, eh?”
Il fanto sorrise piano, poi prese da un piattino sul tavolo una delle due paste.
“Come hai fatto con i pattini?”
“Il salvataggio l’ho spostato su di poco, l’altro l’ho portato quasi addosso alla prima fila. Il mare li aveva portati parecchio giù.”
“Mm…”. Mario prese la sua pasta e fecero colazione, in silenzio.
“Sciopero radio, oggi?”
Sul tavolo dietro al piattino Mario di solito metteva una radiolina… diceva riucisse a prendere la Corsica, se il tempo era buono e a pochi metri dalla costa, ma il fanto non l’aveva mai sentita.
In realtà dubitava della leggenda: il segnale era disturbato anche con molte frequenze locali, ma al vecchio non l’aveva mai detto.
Ci sembrava attaccato, Mario, a quell’aggeggio.
Stringeva gli occhi con pazienza e girava quella rotella come si fa con le cassaforti, in mezzo ai rumori delle stazioni.
Se trovava musica Italiana dei suoi anni era contento: ogni tanto provava qualcosa di nuovo per il fanto, ma ne rimaneva deluso sempre.
Il più delle volte così finiva a giornali radio e bollettini della guardia costiera.
Al fanto non dispiaceva.
Mario che era un brav’uomo era interessante da ascoltare quando parlava del mare come lo aveva imparato; di come gli era legato anche se lo aveva lasciato presto.
Stamani non c’erano bollettini e non c’erano racconti.
Senza nessuno che lo annunciasse stamani il mare si faceva avanti e riempiva l’aria fino al cielo.
Loro sulle sedie avevano tutto addosso ma non riuscivano a parlarne.
Il vento spingeva i minuti, li muoveva piano.
Il fanto fu il primo.
“Vado a far dare un occhio al motorino… è la seconda volta che mi lascia a piedi.”
“Non andare qui a Marina, tà. Non ce ne sono di buoni. Cerca verso Massa… quello al Cinquale sulla via verso il mare lavora bene. Non farti fregare.”
Il fanto corrucciò un poco la fronte.
“Mi si spegne. E lo devo spingere. Da ora che sono arrivato al Cinquale è sera. No, vado da un mio amico, ce lo facciamo da soli.”
“E’ la meglio.”
Il fanto si stava già incamminando verso la fine delle cabine, sempre con quel passo misurato.
Mario alzò gli occhi. Il fanto e le nuvole che aveva sopra, rapprese addosso alle Apuane.
“Copriti che arriva!”
Da laggiù il fanto si chiuse nelle spalle, prima di uscire.
giovedì 17 dicembre 2009
LAVORARE. LIBERI.
venerdì 4 dicembre 2009
EVO - Il tempo delle fiabe
Quando un poeta latino iniziava una satira, per primo usava questa formula.
Primum ego me illorum dederim quibus esse poetis,
exceperam numero…
Per prima cosa io mi toglierò dal numero di coloro ai quali concedo di essere poeti
Ingenium cui sit, cui mens divinior atque os
magna sonaturum, des nominis huius honorem…
A chi possegga ingegno, a chi una mente più che divina e una bocca
destinata a sublimare cose grandi, a costui devi concedere l’onore di questo nome…
è un esempio tratto da Orazio.
Dice, lui: non mi chiamate poeta, non sono un poeta.
C'è gente più brava di me, che ha l'ispirazione degli dei, quella vera, e che quindi scrive generi molto più aulici, molto più elevati stilisticamente e per contenuto del mio, io voglio solo scrivere una satira.
E' solo un esempio.
Il fatto di chiedere scusa, appunto, per non avere la forza d'animo e di espressione per trattare temi più aulici ( al tempo leggasi anche commerciali ) era una formula fissata, che ritorna all'inizio di molte satire.
In realtà credo che ai tempi fosse un pò un convenevole, un pò una ruffianata... in entrambi i casi molto meno di quello che sto per fare io, al momento di parlare di Evo.
Evo è una miniserie a Fumetti, di cui sono autore insieme al compagno di briscola di una vita, Tommaso De Stefanis.
Il secondo volume di Evo, Il tempo delle fiabe, è appena uscito alla Fiera dei Comics di Lucca.
Andrea Del Campo, il disegnatore, ed Eleonora Dea Nanni, che ha disegnato l'epilogo della storia, hanno portato a termine un lavoro da veri Professionisti.
Tommaso De Stefanis e Io abbiamo firmato la sceneggiatura.
Notte, una scuola occupata, una ragazza che ha strane visioni di un fiume e decide di confidarsi.
Il nostro rapporto difficile con la realtà di tutti i giorni.
Evo comincia così.
Nelle tavole di un grande Francesco Trifogli, qui sotto, Fiore ha raccontato tutto ad Ezra, il ragazzo che si è innamorato di lei senza dirglielo.
Visioni, mostri, matti del paese ed assassini sanguinari.
Ezra le risponde con quello che sa, sull'esclusione e sulla realtà.

Massa, lo scoppio della farmoplant, il bambino, le visioni, il fiume.
Il fumetto, la realtà.
Queste sono le pagine di Evo a cui sono più affezionato.
Forse perchè le ho scritte io.
Forse perchè provano a portare il nostro mondo di provincia coi suoi drammi e le sue piccole rivalse da un'altra parte, cosa che non ho più fatto, da allora.
Non più in questo modo.
Montale aveva detto: Cerca una maglia rotta nella rete
che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!
Va, per te l' ho pregato, - ora la sete
mi sarà lieve, meno acre la ruggine...
Evo lo trovate in molte fumetterie, e fra poco anche nelle librerie, probabilmente.
Evo ha avuto il grande pregio di tenermi la mente sveglia e la voglia di scrivere nei momenti più bui di questi dieci anni, fino qui.
E' stato la mia ancora, è buffo, quando per me la realtà era veramente difficile e non riuscivo a lasciare andare l'immaginazione, se non con queste storie.
Col tempo, ho maturato la convinzione che quello che ci circonda veramente è molto meglio di ogni storia che possiamo inventare.
Quando ho scritto Evo, la pensavo diversamente. A volte, l'evasione è necessaria.
A volte è il tempo per le fiabe, anche se come questa hanno toni più scuri e metropolitani.
mi scuserete, se per questa volta non ho parlato una lingua più degna.
Ingenium cui sit, cui mens divinior atque os
magna sonaturum, des nominis huius honorem…


