giovedì 7 aprile 2011

Di corsa


Non scrivo niente,

e per fortuna è perchè ho troppo da fare.

A parte qualche diretta streaming, un video industriale, e un'animazione da preparare col Fucecchi, sto cominciando le riprese del Palio dei Micci con Fede,

qui la seconda parte del trailer, fra un pò il trailer tutto intero.


lunedì 14 marzo 2011

Di una fuga impossibile


Sono fortunato.

Perchè in qualche modo, ho sempre potuto pensare che il posto di alcune immagini fosse solo nei film, nei cinegiornali, nei programmi televisivi che parlano di storia.

Comunque, tu sei seduto comodo e le immagini vanno.




E' così, mi rendo conto, solo perchè sono veramente fortunato.

Anche quando è successo a casa mia, a Massa, ormai più di vent'anni fa, io ero per un caso in vacanza.
E ci svegliamo la mattina con questo:




L'incubo che i miei amici, parenti, le persone che ho più vicine hanno subito, io l'ho scampato perchè sono fortunato.
Ho scampato il momento. Dalle conseguenze, però, la fuga mi rendo conto è impossibile.

L'ho capito guardando questo



L'ultima volta che ho guardato un'immagine simile a fukushima, era chernobyl.
Non molto tempo fa, dicembre.
Ero ancora seduto comodo, ma in uno studio di produzione.
Stavo finalizzando un altro programma, probabilmente sponsorizzato dal governo, un dibattito sulla possibilità del nucleare in Italia.
Dalle parti di testo che mi hanno fatto tagliare, dalle informazioni che hanno coperto, censurato e modificato ho capito di quante bugie ci stanno coprendo, quando dicono di farci risparmiare in bolletta.

Non lo so se il nucleare è una scelta obbligata. Se può fare quello che sta facendo a Fukushima, non credo lo sia.

Mi chiedo solo perchè parte delle nazioni europee ha sospeso la costruzione di nuove centrali, e perchè il governo ha tolto la trasparenza dal decreto sulla costruzione delle nostre nuove centrali.


e ora che so che non puoi sottrarti alle conseguenze di una tragedia del genere, penso a chi ha il coraggio di presentarcelo come un investimento a lungo termine.

mercoledì 9 marzo 2011

Marisol e il coraggio

Stamani arrivo in ufficio e controllo il giornale:

trovo questo


ho subito pensato alla proiezione di 'El sicario Room 164', un documentario di Gianfranco Rosi a cui ho assistito mesi fa al Nuovo Sacher.

Ho pensato a quello che raccontava l'assassino su come i narcos abbiano organizzato una macchina infallibile, radicata appieno nel tessuto sociale e culturale del Messico intero, e non solo.
Ho pensato a come, ad un certo punto del documentario, l'assassino stesso, centinaia di esecuzioni, cambia voce e sembra cedere mentre parla di quello che ha fatto e visto fare alle donne.
Lo stesso Gianfranco Rosi, in sala, ci raccontava di come quel cambio di tono abbia impressionato anche lui, durante l'intervista.

Ho pensato a questa ragazza di ventotto anni, comandante della polizia di uno dei paesi più violenti del messico.
Scomparsa il 2 di marzo.

Mi viene una preghiera.

Il documentario è impressionante, inquadratura fissa, sicuramente non diverte.
Racconta le torture peggiori a cui si sottopongono altre persone, come noi.
Racconta come accanto a noi si possa costruire un'altra realtà, perfettamente funzionante e coordinata con la nostra, che dalla nostra può sottrarci in ogni momento e scaraventarci nell'incubo peggiore; in qualcosa che un cittadino come me non vuole nemmeno immaginare.

Guardate il documentario e pensate a Stefano Cucchi, Federico Aldovrandi, alla Diaz.
Provate a chiedervi se questi casi isolati fossero solo raggi di una ruota che continua a costruirsi e procedere in quella direzione.
Pensate di ritrovarvici sotto.

Se avete paura, pensate a Marisol.

E se anche a voi viene una preghiera, non illudetevi sia solo per lei.


domenica 20 febbraio 2011

Esche Vive


Le sto parlando di questo post, di cosa vorrei scrivere: del libro che ho letto, e del mio problema fisico.

"Che problema?" fa lei.
"Un problema allo stomaco."
"Stomaco?"
"Si, troppo aderente."

Non capisce.

"Ho le pareti interne dello stomaco molto aderenti, è un difetto come chi prende un pò di vento e ha subito il mal di gola, come chi mangia qualcosa e ingrassa subito, o chi prende a starnutire.."

"A te cosa succede?"

Sorrido, e gioco la carta.
Succede che se provo un'emozione mi ci si attacca subito, allo stomaco. Lo stesso per le parole.
Mi capita a volte che sono fuori con altra gente per una festa, che vedo i miei amici per una serata, e non spiaccico parola. Continuo a girare o fissare lo sguardo a caso, sorrido un pò, sento le parole ad una ad una attaccate da dentro, e so che non usciranno. Mi rassegno.

Lei appoggia un sorriso: "Ottimo per la gastrite..."

Ci sto: detta così sembra un pò brutta.
No, non è.
"Il lato positivo è che quelle emozioni, quelle parole..."
ci penso un pò. "In qualche modo sembra che le covi."

"E il libro che c'entra?"
"C'entra perchè quando incontro uno con il mio stesso problema lo riconosco subito."

Comincia a capire e ride.

"Come fai?"
"Non lo so, in realtà è una cosa che secondo me un pò succede a tutti, il fatto è che quando poi ti ritrovi a doverle tirare fuori, certe emozioni, certe parole, se sono attaccate troppo va a finire che un pò patisci.
Secondo me lo riconosco da quello. Riconosco il patimento."

"Io? ce l'ho il tuo problema?" rido anche io "Un pochino, come tutti, ma in genere è diverso.."
"Perchè?"
"Perchè in genere la gente non lo fa di lavoro.."
"Tu lo fai di lavoro?"
"Un pò si.."
"E perchè?"
Ci penso su..
"sai, non lo so. A questo punto però credo perchè è la cosa che ho fatto per più tempo.."

ride più forte "Che cosa, patire?"

Anche io rido più forte "Si... si! Patire!"

In quel momento ho capito cosa volevo dire di Esche Vive, il libro di Fabio Genovesi che è appena stato pubblicato da Mondadori.

Ho capito cosa penso del suo lavoro.

Non l'ho detto, lì per lì. Mi si è attaccato allo stomaco ed esce a pezzi, ora.

Insieme a tutti questi anni passati a parlare dei posti da cui vengo, scriverci racconti, fumetti, girarci video e documentari.
Finisce che con quei posti ti ci sei tappezzato lo stomaco come la camera da letto di un sedicenne.
E quando scegli, per campare, di frugarci dentro di tanto in tanto, ti ritrovi a chiederti se quello che peschi è vero, se puoi farlo.

Esche vive parla di tre ragazzi di provincia, di tre età diverse, che cercano di tirare avanti nel posto dove sono nati. Quindi, di forza, finisce per parlare di cosa hanno, certi posti, che ti tengono attaccato.

- Tutta la piana è tagliata da questi fossi collegati tra di loro, praticamente sono la stessa acqua che gira in vari canali dritti e stretti, coperti di limo e bordati di cannelle in mezzo ai campisenza verdura. E infatti c'è chi li chiama "i fossi" e chi "il fosso", perchè se prendi ogni pezzetto come una cosa a sè allora sono tanti, ma a vederli dall'alto sono un reticolo scuro come una gabbia nera addosso al paese. -

Parla anche di pesca, di bicicletta, di musica metal.
Delle prime due so poco, anche con la terza sono messo malino.
Ma in realtà c'è in mezzo un'altra minestra, di cui secondo me so qualcosa.
So il perchè uno che vive la sua vita dalle nostre parti finisce per scegliere una di queste, o un' altra passione, come la tiene per se, come ci lega ogni giorno che ha da passare, per tenerli meglio tutti insieme.

Mai guardata una corsa in bici.
Si, vergogna.
Mai anche pescato. Ancora vergogna.

Ma ho guardato della gente pescare,
Mi è sembrato che non fosse mica tanto importante cosa veniva su.
Mi è sembrato che l'importante fosse stare lì, col resto se ne sta in fondo, e tirarlo fuori un pezzo alla volta.

E ho guardato anche la gente ai bordi delle strade, alla televisione, sulle macchine prima e dopo la corsa.
Anche lì, mi è sembrato che vincere fosse solo una parte. Mi è sembrato che uno che corre a te che guardi basta ti faccia sentire la corsa, dentro la pancia.

Per me, qualcosa di questa corsa ve l'ho tirato fuori. Qualcosa resta dove deve stare, ancora per un pò.
Per uno che ha il mio problema è già tanto.

Tanto, ancora, è vedere qualcun altro che sul tuo problema riesce a realizzarci un presente.
O a pensarci un futuro.


- E mi sa che la vita è proprio questa cosa qua, un fiume di roba che ti arriva addosso tutta insieme, un pò la prendi e nemmeno ti accorgi che è passata, e magari era proprio quella che faceva al caso tuo. Ma non lo puoi sapere e nemmeno starci troppo a pensare, perchè stai ancora in mezzo al fiume e la roba arriva e passa e va.
Oppure la vita non è un fiume, magari la vita è un fosso, e allora il discorso è parecchio diverso. Perchè un fiume scorre e alla fine arriva al mare, invece un fosso non va da nessuna parte. Resta dritto così senza una meta e al massimo può sperare di incrociare altri fossi e confondersi con loro per un pò. E se c'è un senso in tutta quest'acqua che si sposta, io non lo so. So solo che ci sto volentieri, soprattutto se posso buttarci un'esca e pescare. -

Fabio Genovesi






sabato 5 febbraio 2011

Lettera da un luogo che non so


Le porte vedendomi dovrebbero aprirsi.

Ma c'è un cartello sopra, dice che non funzionano e bisogna farlo a mano.

Entro, il barista ci scherza subito.

"Sono il modello nuovo.." strizza l'occhio.

Gli chiedo un cappuccio, scelgo un bombolone, penso basti.
Altri due si calmano la fame chimica con un hamurger.
La radio dentro è alta, spara discoteca commerciale, uno dei due ragazzi zompetta a ritmo.

Mi mette il cappuccio davanti e guarda fuori:
- Ce la fai ad andare in giro col motorino? Come fai, mortacci, col freddo che fa! -

Come faccio - mi tengo tra me - ..ci salto sopra.

A lui gli sorrido. - anche qui dentro non si scherza. -
Butta il pollice alle spalle. C'è il fiume.
Si, me lo dovevo aspettare.

Escono i primi ragazzi, ne entrano altri due.
Poi un'altra ragazza.
Non vede il cartello, le apro io.
Il barista, ancora, sono del modello nuovo. La ragazza ride, balla anche lei. "aò ma nùn finisce più!"
Ce l'ha con la musica.
Il barista le strizza l'occhio "Me sa che te la porti fino a casa" poi si gira verso di me.
"Ancora tre ore così, poi stacco. Te no, vé? Te attacchi mò."
Mi prende alla sprovvista. Per un attimo sto zitto.
Lui ammicca anche a me. "Zì, da mezzanotte alle otto qui ce passa de tutto, ormai ve conosco!"
Eppure, lui non mi sembra uno che vorrebbe fare un altro lavoro.
Pago, saluto, mi chiudo fuori.
Il lungotevere è a sei corsie, completamente immobile.
Non devo pensare, devo saltarci sopra.

Li vedo passare nel freddo che morde. Quattro uomini, in tuta. Corrono e chiacchierano felici, ritmica perfetta.
Dall'altra parte della strada, lontanissimi.





sabato 8 gennaio 2011

Uno sguardo umano


Andreij Rubilov è un pittore, il più famoso della sua terra.

La sua terra è la Russia di un Medio Evo buio e violento, da cui sembra non si possa fuggire.

Il granduca di mosca vuole una grande opera, da Rubilov.
Una Pietà per la sua chiesa. Che gli abitanti di quella terra, guardandola, ritrovino il loro Dio, e la grandezza del duca.

Per quattordici anni Rubilov non risponde alla richiesta. Viaggia in silenzio, cerca.

Nel paese dove arriva il duca sta costruendo un'altra chiesa, questa chiesa ha bisogno di una campana.
Il duca manda i suoi uomini a chiamare il fonditore, gli uomini del duca trovano una famiglia sterminata dalla peste.
Si è salvato solo un ragazzo.





E' il ragazzo, per primo, a chiamare.
In quel momento, ha trovato quello che cerca.

L'ho trovata! Andreijka! L'argilla!

Piove.

La seconda volta, per un attimo, lo sguardo del ragazzo e quello del pittore si incontrano.

Cos'hai da guardare tu... Ti faccio pietà, vero?

Il ragazzo ha paura.

Non ce la faccio. Non ce la faccio.




Boris, il ragazzo, si riposa.
E' solo un attimo, non è la fine delle preoccupazioni. La campana deve essere issata, deve suonare. Se non suonerà, quella sarà la fine.



La campana chiama tutti a sè.
Il ragazzo è salvo. Tutta la compagnia è salva. Il duca avrà la sua chiesa consacrata ed il suono della campana ricorderà agli abitanti del villaggio che Dio è con loro.

Questa non è la fine del racconto.
La fine del film, e del racconto, parla di un'altra cosa.

Parla di quella pietà che il pittore cercava, di come la trova, di quello a cui serve.

Non la metto. Spero riusciate a trovare il film intero, a commuovervi come è successo a me.



Tu lo sai bene: non ti riesce qualcosa, sei stanco e non ce la fai più.
E d'un tratto incontri nella folla lo sguardo di qualcuno - uno sguardo umano - ed è come se ti fossi accostato a un divino nascosto.
E tutto diventa improvvisamente più semplice.
-- Andrej Tarkovskij

martedì 28 dicembre 2010

Chiede un gabbiano



Il compleanno di mia sorella.
L'ho vista piccolina ed è arrivato per lei il momento di costruirsi un futuro.
Per come si stanno mettendo le cose in questo paese, pensavo, non sarà facile.

Lo pensavo fuori dal ristorante dove l'abbiamo festeggiata, avevo una piccola telecamera in mano.
Ero sulla spiaggia, pioveva un'acqua sottile ma tirava un gran vento. Annunciava una bufera coi fiocchi.
In lontananza, verso il Pontile di Marina, c'era un gruppo di gabbiani.
Con quello che stava per arrivare, loro sguazzavano tranquilli.

Avessi potuto regalare qualcosa a mia sorella, avrei voluto quello per lei.

Sentirsi a casa propria, nel vento che fischiava.

Sopra i gabbiani, l'insegna dell'hotel Italia completava il quadro.

Cosa chiede il gabbiano, alla bufera.