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venerdì 28 marzo 2014

Une histoire de vent


L'aula audiovisivi è quasi vuota.
Mobili bianchi, ordinati.
Fuori, le raffiche di Libeccio tengono ancora lontana la primavera.

Nel mio ricordo, questa volta, non ho voglia.

Perchè è venerdì pomeriggio, le lezioni finite
ed io vorrei saltare sul primo treno e tornare a Massa, a casa, che è tutto il giorno sono fuori ed inizio a sentire la mancanza.
Ma poi a casa ho litigato ieri sera, e non sto bene.
Fatti miei: mi sono scelto un corso di laurea in Cinema, che non mi darà lavoro.
Non so cosa finirò a fare, in futuro.
Ho ammesso di aver sbagliato, forse. Ho detto che sono disposto a cambiare, a ricominciare.
Se mi impegno, posso laurearmi in qualcosa di più importante.

Ho chiesto una mano.

Fatti miei, se ora ho paura.
A casa mi avevano avvisato.
Ormai sono al secondo anno di corso, non ci sono i soldi per farmi studiare altri cinque anni.

Ho avuto la mia scelta.
Fatti miei, se l'ho sbagliata.

Meglio non tornare a casa.

A pensarci bene, quest'aula è proprio il posto giusto.
Davanti a questo scaffale, tra le vhs del corso di storia del cinema, anche se devo fare un'altra scelta non ho paura.
Non cambia nulla, qui. A nessuno interessa: nessuna conseguenza.
Solo io, e i film.

Io e il vento (Une Histoire de Vent)  J. Ivens 1988
l'etichetta si sta scollando. Ci passo sopra il dito.

Una settimana prima l'Andreotti, il professore del corso di ripresa ci ha parlato proprio di questo film.
A sentire lui, questo Ivens è uno dei più grandi registi di tutti i tempi.
Ci ha raccontato quella storia che il regista in questo film ha cercato di lavorare in questa specie di terra di nessuno, a metà tra il linguaggio dei Lumière e quello di Méliès.
A sentire lui, ma questa storia non mi convince ed io non l'ho ascoltato proprio bene. Ero stanco e mi sono distratto.

Ora però che fuori dalla finestra gli alberi e le antenne della tv sui tetti si piegano ad intervalli irregolari, penso che quest'aula è proprio il posto giusto, mentre metto su le cuffie ed inserisco il nastro.


Le Vieil Homme qui est le héros de cette
hisoire est né à la fin du siècle dernier
dans un pays où les hommes se sont toujours
efforcés de dompter la mer et de maîtriser
le vent.

Il a traversé le XX siècle, une caméra à la
main, au milieu des tempêtes de l'histoire
de notre temps.

Au soir de sa vie, à 90 ans, ayant survécu
aux guerres et aux luttes qu'il a filmées,
le vieux cinéaste part pour la Chine. Il a
mûri un projet insensé: capturer l'image
invisible du vent.


Il film inizia così.

Ai piedi di un mulino a vento, un bambino monta sopra un aereo che si è costruito da solo.
Mamma, urla in mezzo alle raffiche, volo via. Vado in Cina.




Solo anni dopo verrò a sapere che quello è l'ultimo film che Joris Ivens abbia realizzato.

In quel momento, mentre il bambino viene coperto dal fumo e dal vento, ho solo l'impressione latente di avere capito qualcosa.

Deve essere un bel modo di vivere una vita, penso.
Ora resta solo da vedere come finisce la storia.


giovedì 16 gennaio 2014

Beasts of the southern wild


The whole universe depends on everything fitting together just right.
If one piece busts, even the smallest piece,
the entire universe will get busted.

Il trailer comincia così. Con questa bambina in mezzo all'acqua, al bosco.
Al cielo, al ghiaccio.

Non molto tempo fa ero a casa di amici. Mi chiedevano un film da guardare, un film di respiro.
Respiro.
Mi è rimasta impressa la richiesta.
Probabilmente intendevano un film con scene all'aperto, bei paesaggi, un pò di azione.
Non mi è venuto in mente nulla che valesse la pena.

Ora, tempo dopo, ripenso alle parole di quella bambina che vive in mezzo alla palude, con suo padre ed una comunità di amici.

A margine della palude gli uomini della terra secca hanno innalzato una diga enorme, per tenere lontana l'acqua.

Un giorno, dice la bambina, la tempesta arriverà e non ci sarà diga che tenga.

un giorno...




"Preproduction is like this little animal that you're raising, "

ho letto dice Benh Zeitlin, il regista del film, riguardo all'esperienza di girare un film:

"and it's like a tiger, and you raise it until it's way bigger and stronger and faster than you, and you can't control it at all. You just set it loose and then you have to chase it. And so for everybody that worked on 'Beasts,' it was like an athletic event. A safari hunt. With this running beast that you're trying not to be destroyed by...it's always fun.
The movies are secondary. The tiger chase comes first."

Ora. Del poco, poco che so riguardo a girare un film, questa è una delle cose più vere che ne abbia sentito dire.

il trailer lo trovate qui




probabilmente non quello che intendevano i miei amici: ma respiro, forse, è la parola adatta per descrivere cosa ho sentito.

martedì 24 luglio 2012

Aula Audiovisivi 2 - Gioventù, amore e rabbia





Running has always been a good thing in our family,
especially running away from the police.
It’s hard to understand, all I know is that you’ve got to run.


Comincia con queste parole, e l'immagine da dietro del ragazzo che corre al lato della strada, lungo i campi. So da subito che non mi dimenticherò più del film.

Schiaccio lo stop, tiro fuori il VHS. Ha un’etichetta, come tutti quelli dell’aula audiovisivi.

“GIOVENTU' AMORE E RABBIA, RICHARDSON, 1962”

Sono chiuso nell’aula, fuori dalla finestra novembre ha sporcato il blu del cielo, e la stretta che mi arriva mentre sto qui con la cassetta in mano la conosco bene.
Perderò il conto, delle volte che tornerà a farmi visita.
Quando arriva la stretta sento le gambe che si liberano da qualche parte, oltre la finestra.

Questo, sento, ma sono ancora qui con la cassetta in mano e sto per fare una scelta.
Il sapore che mi lascia quella scelta non lo posso raccontare: mi aspetta un altro tipo di corsa, a questo giro.
Premo play.

Colin guarda i campi innevati fuori dal finestrino della camionetta di polizia. Sta per finire in riformatorio, deve essere poco più grande di me.

Sto guardando una storia di redenzione. Da come agguanta lo stomaco direi che è così.

Le presentazioni dei personaggi sono pura perfezione anglosassone. Ognuno disegna sè stesso, il proprio intento, e la sua parte di scenario del film.

Pochi minuti e tocca a Colin stesso.

Il detenuto a capo dell'ala di alloggi dove viene assegnato il gruppo di Colin spiega a tutti che non intende rinunciare a nessun privilegio a causa di eventuali insubordinazioni dei nuovi arrivati,

- and always remember, that they've got the whip hand

e ricordate, aggiunge, che sono loro ( il direttore e le guardie ) ad avere la frusta da parte del manico.

Colin:
- Do you know what I'd do if I had the whip hand?
I'd get all the coppers, governors,
posh whores, army officers, and members of Parliament
 and stick them up against this wall
and let them have it,
because that's what they'd like to do
to blokes like us.

I blokes like us sono ragazzi di periferia, nello slang dei sobborghi.
La storia di Colin non è diversa da quella di tutti gli altri che ha accanto.
Nati senza fortuna, abbruttiti dalla mancanza di prospettive, schiacciati da un paese senza pietà per gli ultimi, hanno tentato di ribellarsi ad un futuro di miseria, ed hanno fallito.
Ma anche in riformatorio, a quei blokes è rimasto qualcosa.

- Well, you'll learn.

sentenzia il caposquadra 

- We'll see.

Finisce Colin.

Il resto del film parla di questo.

"Di come un ragazzo che ha perso il padre in un incidente al lavoro scelga il suo posto in una società che sembra poter solo pretendere da quelli come lui."

Due giorni dopo, all'esame di semiologia del cinema, davanti all'assistente del professore, un altro ragazzo poco più grande di me, spiaccico esattamente le ultime tre righe.

Anche seduto davanti a lui vorrei correre, ma per un altro motivo.

Per esempio, perchè mi ha appena chiesto di specificare, e io non so cosa stampargli.
Magari, se mi guardo intorno e incrocio lo sguardo di qualche altro bloke, una battuta su governatori e fruste viene anche a me.
Ma gli altri intuiscono il culo che mi sta facendo l'assistente e non sembrano incoraggianti.

"parla di denuncia sociale..." la butto lì.

L'assistente non molla: "...ti ricordi qualche scena dove è più esplicita, questa denuncia?"

"Bravo cazzo, così spoilero tutto..." La battuta sarebbe ottima, ma la tengo per me. Il voto all'esame mi preme un pò di più.

Quello che mi è sempre piaciuto degli assistenti del corso di cinema è che sono tutti sveglissimi. Lui infatti ha capito da un pò, ed inizia ad imboccarmi.

"ti ricordi la scena dove il protagonista ed il suo amico sono davanti al televisore nuovo che trasmette il discorso di un politico e loro tolgono l'audio?"

Allora calo la maschera. Gli dico di no. Gli dico che due giorni prima ho visto l'inizio del film, e il giorno prima dell'esame la fine.

Gli dico che il film è stato considerato dalla critica il padre della Nouvelle Vague inglese, fratello di sangue (dico così: di sangue) dei Quattrocento colpi di Truffaut. Gli racconto la scena dell'interrogatorio di Colin e quella di Antoine Doinel, e la scena del finale di Gioventù amore e rabbia, così simile da quella di Truffaut, così diversa da quella di Truffaut.

La scena finale.
Gli racconto di come mi sono innamorato di quella parte di racconto, e di come sto per non essere riuscito a vedere il resto del film, avendo guardato di corsa trenta ore di video tra film e cassette antologiche per riuscire a dare l'esame nei pochi giorni che ho preso di libertà dal lavoro.

Gli dico che secondo me parla di denuncia sociale, si, ma di un'altra cosa, che sento anche di più.
Lui mi chiede cosa, io sento le gambe che si liberano, e vorrei parlargli del sapore di scelte che facciamo a volte ma che non posso raccontare.

Così mi fermo, e lo guardo.

"Ho studiato di corsa" dico, e sorrido.

O resta impressionato o decide che se la beve. Purtroppo è anche vera.

28, dice. Di più non posso darti.

Quello che mi è sempre piaciuto, degli assistenti e degli insegnanti del corso di cinema a Pisa, è che sono blokes like us.

Tengo il 28, lo ringrazio, esco.

Una settimana dopo ho un altro esame, poi una serie impossibile di consegne appena rientro al lavoro.

Qualche mese dopo, ricarico la stessa VHS nella stessa aula.

Al pensiero di tutta la roba che ho guardato in quei pochi giorni, a casa e in aula senza fermarmi quasi mai chiudo gli occhi e sento ancora le gambe correre.

Il film, scoprirò poi, è tratto da un libro, ed il titolo originale è The loneliness of the long distance runner.

Questa volta lo guardo tutto.

E' un premio meraviglioso, che consegno a me stesso.

sabato 7 luglio 2012

Aula Audiovisivi - Presentazione


Tempo fa ho scritto questo.

Parla di questa traccia che Tarkovskij mi ha lasciato addosso, con quel film.
Mi è accaduto spesso.

La prima volta che ho visto quel film ero in Aula Audiovisivi, Dipartimento di Storia delle Arti, Piazza San Matteo in Soarta, a Pisa.

Nel mio ricordo sono cinquanta metri quadri di aula circa, circa quindici postazioni video.
Ogni postazione video è una sedia con un televisore ed un registratore VHS davanti. Ai lati, due pannelli di legno bianchi per isolarti nella visione. Di là da ogni pannello, un'altra postazione ed un'altro come te. Una specie di rito individuale collettivo: come una confessione, o meglio, un battesimo. Sul tavolo di fronte a te, un paio di cuffie.
In fondo alla sala c'era una mensola piena di cassette VHS coi film più importanti dei corsi di Storia del Cinema e Semiologia del Cinema.
Muybridge, Porter, Griffith, Lumière, Lang, Vertov. Su fino a Wells, Truffaut, Fellini, Hitchcock, Ivens, Ferreri.
Solo una minima parte degli autori, come mi torna alla memoria.

Come guardare dall'alto di una collina una mandria di splendidi stalloni al galoppo, giù nella prateria.

Anche se per chi ti guardava, eri solo un nerd qualsiasi che poteva impiegare anche venti minuti a scegliere una pallosissima VHS.
Alla fine sceglievi il tuo insegnante della prossima ora e mezzo, prendevi la VHS, la offrivi in pegno al registratore recitando una qualsiasi preghiera al Dio dell'Analogico o ai suoi santi ( ave, Rybczynski, morituri te salutant.. ), sperando tutto funzionasse. E ti preparavi allo spettacolo.

Quell'aula è stata una scuola a parte, una storia del cinema a parte, ma anche un'adolescenza a parte. Per me e spero per molti altri.

Le cose sono cambiate. Il mondo come lo conoscevamo è andato perduto. Un nuovo Dio è arrivato e ci ha costretti alla conversione.

La leggenda narra di cassette rinchiuse in un archivio. Di quest imposte agli studenti per liberarle ed assistere ancora alle rivelazioni.

Questo è un diario degli insegnamenti che il Dio dell'Analogico ci ha reso in quegli anni, perchè non vadano perduti.

Qui, in seno all'impero del Dio del Digitale, di quando in quando vi condurrò in segreto in quel vecchio tempio per rendere a voi il testamento del nostro Dio perduto.

Sempre che il registratore non si mangi il nastro. O che non vi facciate due palle così.

sabato 8 gennaio 2011

Uno sguardo umano


Andreij Rubilov è un pittore, il più famoso della sua terra.

La sua terra è la Russia di un Medio Evo buio e violento, da cui sembra non si possa fuggire.

Il granduca di mosca vuole una grande opera, da Rubilov.
Una Pietà per la sua chiesa. Che gli abitanti di quella terra, guardandola, ritrovino il loro Dio, e la grandezza del duca.

Per quattordici anni Rubilov non risponde alla richiesta. Viaggia in silenzio, cerca.

Nel paese dove arriva il duca sta costruendo un'altra chiesa, questa chiesa ha bisogno di una campana.
Il duca manda i suoi uomini a chiamare il fonditore, gli uomini del duca trovano una famiglia sterminata dalla peste.
Si è salvato solo un ragazzo.





E' il ragazzo, per primo, a chiamare.
In quel momento, ha trovato quello che cerca.

L'ho trovata! Andreijka! L'argilla!

Piove.

La seconda volta, per un attimo, lo sguardo del ragazzo e quello del pittore si incontrano.

Cos'hai da guardare tu... Ti faccio pietà, vero?

Il ragazzo ha paura.

Non ce la faccio. Non ce la faccio.




Boris, il ragazzo, si riposa.
E' solo un attimo, non è la fine delle preoccupazioni. La campana deve essere issata, deve suonare. Se non suonerà, quella sarà la fine.



La campana chiama tutti a sè.
Il ragazzo è salvo. Tutta la compagnia è salva. Il duca avrà la sua chiesa consacrata ed il suono della campana ricorderà agli abitanti del villaggio che Dio è con loro.

Questa non è la fine del racconto.
La fine del film, e del racconto, parla di un'altra cosa.

Parla di quella pietà che il pittore cercava, di come la trova, di quello a cui serve.

Non la metto. Spero riusciate a trovare il film intero, a commuovervi come è successo a me.



Tu lo sai bene: non ti riesce qualcosa, sei stanco e non ce la fai più.
E d'un tratto incontri nella folla lo sguardo di qualcuno - uno sguardo umano - ed è come se ti fossi accostato a un divino nascosto.
E tutto diventa improvvisamente più semplice.
-- Andrej Tarkovskij