venerdì 27 marzo 2015

L'Immagine del sole


Anni fa girai questo video, con la collaborazione di Sabine:



Giorni fa c'è stata un eclisse parziale di sole visibile dall'Italia,
l'ultima che ricordo era stata l'11 agosto del 1999.

Dopo tanto tempo, Sabine è tornata a parlare di quell'eclisse.


domenica 1 marzo 2015

Tipota den paei xameno




Continuavano ad arrivare, ammassarsi sotto il palco e ai piedi della Dea della Giustizia, che sembrava la piazza li chiamasse in qualche modo.

Piazza dell'Università, Atene, il palco da cui Tsipras chiudeva la vittoria elettorale con un ultimo discorso.

"Oggi il popolo greco ha fatto la Storia, la Speranza ha fatto la storia. [...] Oggi festeggiamo ma da domani cominciamo un compito molto difficile. Chiudere con il circolo vizioso dell'austerità, annullare il memorandum dell'austerità."

È passato più di un mese: il riverbero confonde le parole, i colori di quelle immagini perdono contrasto mentre l'Europa ha già riufiutato i negoziati, imposto nuove riforme e varato nuovi aiuti al governo greco.
La Grecia non può vincere, titolano i giornali, e la calca in cui ci siamo fatti spazio in quella notte di festa si dirada, i volti si allontanano, i sorrisi sbiadiscono.


Me ne rimane uno.
Un filo di rosso sulle labbra, sciarpa rossa al collo, eskimo, capelli grigi tagliati corti e portati con dignità.
Occhi che cercano di trattenere.




"Ho sessant'anni, ne avevo diciotto nel '73 quando siamo scesi in questa stessa piazza per protestare contro i colonnelli. Abbiamo vinto quella volta ed ho pianto come ora."
In questa stessa piazza:
"Finalmente ho un governo di sinistra. Lo sappiamo che c'è ancora tanto da fare, ma abbiamo fatto un primo passo. Stasera festeggiamo."
Intorno a noi la folla intona una canzone in greco.
Le chiediamo che canzone è.
"Significa: nulla va perduto, vuol dire che ci sarà un lieto fine."
Tipota den paei xameno.
È una canzone di lotta, malinconica, pubblicata nel '79 da Manos Loizos, un compositore militante greco.
Parla di cinquant'anni di sofferenze, di amore, di nuove speranze, di battaglie raccolte dai predecessori e portate avanti.
Di vita.

Perchè è facile lottare quando hai una prospettiva e puoi sperare in un risultato.

La storia, della grecia o la nostra, è stata fatta anche da chi all'inizio del cammino non era in quelle condizioni, ed ha saputo continuare.

Nulla va perduto.





stasera alle 20:45 su Rai3 va in onda "E l'Italia?" la nuova puntata di Presa Diretta a cui ho collaborato.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-29def5b4-a648-46f5-a6f4-b4d7ac6194d2.html

Parla di austerity, di grecia, di Italia.
Di una lotta in corso.

sabato 24 gennaio 2015

Un richiamo


L'aria è più calda di come la ricordavo, quando il flauto la taglia, ed io non riesco a continuare.
Devo fermarmi.

Non posso rievocare la prima volta che ho ascoltato la canzone.
È sepolta sotto anni di manifestazioni, cene sociali, feste della liberazione, semplici serate al bar.
Fatto sta che da alcuni anni non posso più cantare quella canzone per intero.
Ci provo, a volte, quando le prime note tornano a trovarmi nel mezzo di una giornata storta, perso nel traffico o solo a casa.
Ho provato a cantarla, piano, a me stesso. Ma non riesco mai.
Devo fermarmi.
Qui ad Atene un collega, esperto di economia, dice che la Grecia non può farcela.
Non ci sono le condizioni.
Anche se vincerà Syriza non hanno gli strumenti per rimettersi in piedi, non c'è nessun presupposto economico.
Possono solo sperare che le cose smettano di peggiorare.
La politica in questo, dice, è influente solo fino ad un certo punto, perchè se gli investitori non investono dall'estero la tua ripresa è impossibile.

Il tassista che mi ha portato a piazza Omonia ha detto che a lui di Syriza non interessa, lui vorrebbe votare qualcun altro.
Ma qualcosa deve cambiare, e può cambiare solo così.
Nelle immagini del comizio pre elettorale Tsipras allarga le braccia verso la folla con tono e volto sereni, alza la voce di tanto in tanto.
Ha imparato bene la lezione, ma non è solo quello.
Nel controcampo ci sono ragazzi giovani, facce sorridenti, accanto a uomini e donne di tutte le età, famiglie, vecchi che mi ricordano un altro tempo.
Vecchi che mi ricordano la canzone.
Sorridono tutti.
Sono gli stessi ragazzi che ho visto sul corso principale fare shopping e fermarsi ai banchi di carità  per mangiare un pasto gratis.
Le stesse famiglie, gli stessi padri che ho visto prendere i buoni pasto per i figli.
Sono gli stessi vecchi che mi hanno detto di non avere più la corrente in casa, perchè non possono pagarla, e di viaggiare sempre a piedi perchè non possono permettersi l'autobus.
Dopo anni di troika non hanno più lavoro, stato sociale, stabilità, futuro.
Hanno solo qualche parola lanciata da un palco.
Tutto il mondo pensa non possano farcela, eppure tutto il mondo è qui con gli occhi puntati.
Loro sorridono.
Uno di loro, fermo ad aspettare l'autobus, oggi ha sorriso allo stesso modo mentre la telecamera filmava un manifesto elettorale.
"Alexis is a good boy" ha detto.
A good boy.

L'aria è più calda di come la ricordavo, quando il flauto la taglia alla fine del comizio ed io non posso continuare a filmare.
Devo fermarmi.
Ho solo una foto, come al solito fatta male.


Sotiris, il ragazzo greco che ho a fianco, dice che la canzone non è suonata a caso in quel preciso momento.
È un richiamo.
Dopo gli spagnoli, dice, la grecia sa chi vuole accanto, nel cambiamento.
ξαδέρφια μας.
I nostri cugini, ci chiama così.

Non ho nulla per dire come andrà, solo l'effetto che mi fa quel flauto ed il fatto che devo fermarmi,
ma la canzone continua e tutta questa gente la segue con una gioia che non ho più visto da anni, nel mio paese.




sabato 17 gennaio 2015

La battaglia del Lavoro


La prima puntata che ho realizzato per intero assieme a Giulia Bosetti della nuova stagione :

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-df932a50-1f02-428b-8019-8380ea6a555c.html#p=0

Va in onda domani sera, 21:45 Rai tre
una piccola anticipazione:

Post by PresaDiretta.

Gli sono legato per molti motivi ed è un racconto molto intenso di come sta cambiando il lavoro nel nostro paese.

Forse, alla fine, di come cambia il paese tutto.

giovedì 1 gennaio 2015

La foto è fatta male


La foto è fatta male.
Perché mi girano i coglioni.

Saranno le sette, le otto, cosa ne so: la signorina ha avuto premura  di ricordarcelo comunque dall’altoparlante del supermercato che sta per chiudere e ho fatto il bravo e mi sono affrettato assieme agli altri fino all’uscita sul piazzale, che ormai è quasi vuoto.
Continuiamo ad affrettarci tutti, anche ora che la faccenda non è più di competenza della signorina e del suo altoparlante, i bimbi ridono e girano intorno agli adulti che sbuffano e  spingono  carrelli enormi,  senza perdere la fretta, perché è il 31 dicembre e rischiamo di fare tardi per la festa.
Borse da spesa mastodontiche seppelliscono i bagagliai delle auto.

Le mie, rachitiche,  dondolano controvoglia ai lati dalle tasche del cappotto dove ho ficcato le mani per il freddo.
Non serve che metta il freddo, lo sentite da voi.
No, serve che metta il freddo. Magari non lo sentite così.

Quasi vuoto, il piazzale, e anche io sono al minimo storico.
Sto cercando un posto dove portarmi. Me e le mie buste della spesa.
Dentro, oltre a qualche liquido in bottiglia, ci sono tre o quattro brutte notizie fresche, raccolte nelle ultime trentasei ore. Non le più brutte dell’anno ma facciamo quasi e facciamo che così, tutte insieme per il 31 dicembre…
Sto cercando un posto accogliente, dove portare me, qualche bottiglia e tre o quattro brutte notizie senza essere troppo fuori contesto.
Se possibile che ospiti me e bottiglie per un breve periodo, e si tenga le notizie molto più a lungo, ma da qui non mi vengono in mente posti del genere.
Vorrei essere in mezzo al deserto ora, sono in mezzo al deserto ma sopra c’è il piazzale delle auto di un supermercato e intorno una città e per questo non faccio quello che farei in mezzo al deserto: per questo mi affretto per andarmene.

Ci sono anche quasi riuscito.

“Signore! Signore mi scusi…”
Vecchietta, da dentro una cinquecento bianca con la portiera aperta.
Pericolo.

“…Che me la dà una mano?”.
No, signora, voglio andare a casa e farmi una doccia. Non so dove andare ma devo andarci subito, non ho tempo, capisce? Non vorrei presentare nuove amiche a queste brutte notizie che vede qui, ma a guardare un attimo lei e la sua cinquecento ferme in mezzo al piazzale scommetterei che invece stiamo per mettere su un bel ricevimento.

“Certo signora, mi dica.”
“Non mi parte più, non so cosa fare, è la seconda volta in dù giorni…”
Ciao ragazze, anche voi qui? Come va tutto a posto? Siete in formissima! Si passa insieme questo capodanno?
“…mio figlio me l’ha detto che devo stare attenta, ma io non so che fare, non parte! Può provare lei?”

Si è persa in un sedile davanti di una cinquecento, mi guarda e sulle ultime le trema la voce.
Da qualche parte mi spunta fuori un sorriso.

“scenda signora, mi faccia provare.”

Fuori dalla macchina la signora sembra ancora più piccola: è bassa e tozza, i capelli tenuti su dalla lacca. Succede ad un sacco di vecchiette, anche delle mie parti, e quando succede io non posso evitare di volergli bene, purtroppo.

Spingo la frizione e giro la chiave. Il motore tossisce, la scintilla non parte.

“Signora si è ingolfata.”
“Eh, me lo ha detto anche mio figlio! Ha detto che non devo spìgne l’acceleratore, ma come faccio ad andare se non lo spingo?”
“Non lo deve tenere premuto mentre mette in moto, lo deve premere poco quando ha messo in moto.”
“Ecco! Ecco! Me lo dice anche mio figlio, ma io mi sbaglio sempre, è la seconda volta in dù giorni! Sbaglio sempre, faccio un sacco di sbagli, ma come faccio ora?”

Mi guardo intorno.
Le ultime famiglie, le ultime auto le ultime borse della spesa. Poso le mie.

“Facciamo così signora: io adesso le spingo indietro di poco la macchina, lei sterza qua e la mettiamo diritta così posso spingerla ancora sul rettilineo del piazzale e proviamo a metterla in moto così.”
“Grazie, grazie! Secondo lei faccio in tempo ad andare alla messa?”
Non lo so signora, io per non sbagliare qualche preghiera comincerei a dirla in anticipo.

Metto la macchina in posizione, la signora sale sopra e le chiudo la portiera, mi piazzo dietro.
Ho lasciato il finestrino aperto perché senta le mie istruzioni mentre spingo.

“Signora tolga il freno a mano. No, non l’ha tolto.”
“Ora può mettere in seconda? Cerchi di non sterzare, se no è più difficile”

Da dentro anche la signora cerca di spiegarsi: “Ho paura, ho pauraaaa!”

“No signora, non abbia paura non succede niente. Fra poco, quando glielo dico provi a mettere in moto.”

“Non ora signora, prima metta la seconda signora.”
“No, nemmeno ora signora, prima mi lasci fare un po’ di strada, aspetti che glielo dica io.”

Ho un attimo, ricordo mio padre che mi racconta di trentasei anni fa.
Era in viaggio di nozze con la mamma e aveva indosso il vestito buono. La macchina si era fermata in salita, lui era sceso a spingere in camicia e parlava alla mamma, che guidava da poco e faceva un sacco di sbagli.
Penso a papà che sbuffava e si incazzava, a mamma che non riusciva, alla macchina che non partiva.
Sono lì, nei loro vestiti buoni, da qualche parte su al nord. Penso a loro che lo raccontano e a quanto ridono e mi si bagnano i vetri.
Signora accenda i tergicristalli. Lo so che non piove signora.
Una mano, accanto alla mia sul lunotto posteriore.
Compare così.
È un filippino, avrà quarant’anni, spinge accanto a me. Sull’altro lato c’è un ragazzo, barba e occhialetti, ma avrà appena iniziato l’università. Spinge anche lui.

“la signora non ce la fa, serve qualcuno che lo fa per lei, lo fai tu? Prendo io il tuo posto.” Un altro uomo, accento romano e sigaretta in bocca, si rivolge a me.
“Vado io, l’ho fatto un sacco di volte.” Dice occhialetti.
Il ragazzo sale sulla macchina. L’uomo prende il posto del ragazzo, e spinge insieme a noi.

Spingiamo, vetri ancora umidi, la macchina arriva in fondo al piazzale e finalmente si mette in moto.

La signora ci raggiunge felice, ci bacia tutti. Mi tiene le mani tra le sue.
“Grazie, grazie. Lo sapevo, Dio è amore, che vi benedica.”
Non sono troppo d'accordo che lui entri in campo ora, quando è tutto fatto, e si prenda anche i meriti ma non mi sembra il caso di dirlo alla signora.
“Oh! Auguri!” fa il ragazzo al filippino. Si stringono le mani. Ce le stringiamo. Auguri.
“Vada signora” dice l’uomo: “fa tardi per la messa”

La foto è fatta male.
Perché la signora appena rimonta in macchina spegne di nuovo il motore mentre sto fotografando e tutti ci guardiamo negli occhi con orrore.
Ma poi il motore riparte subito e a quel punto abbiamo fretta di farla andare via, non ci stiamo a preoccupare delle foto.
E a pensarci bene, mentre la guardo andare, non sono sicuro se sono stato io a far ripartire lei o se è stata lei, a far ripartire me.

La foto è fatta male.
Ma è tutto quello che ho di questo capodanno e lo condivido con voi.

Vi auguro un anno di giramenti di coglioni, di altoparlanti e piazzali e bimbi che ridono e buste strapiene e buste rachitiche, e freddo e liquidi. E brutte notizie e deserto e cose che non partono.
E figli, e sbagli e cose messe in posizione per poi fare il rettilineo.
E freni a mano e spinte, e paura e ricordi e vestiti buoni e gente che ride a raccontare e vetri bagnati.
E mani, all’improvviso accanto alle vostre e amore, qualunque forma abbia per voi, e a pensarci bene ripartenze inaspettate.

E foto fatte male.

La foto è fatta male perché alla fine mi sono emozionato. E quando mi emoziono faccio un sacco di sbagli.
E ho paura che questa cosa non cambierà mai.






venerdì 3 ottobre 2014

Il reportage




 

www.ilreportage.eu/prodotto/numero-20/

Per segnalare che il numero 20 del Reportage, rivista trimestrale di scrittura, giornalismo e fotografia che potete trovare in molte librerie e qualche edicola, apre in questi giorni con uno speciale scritto da Davide Malesi, Francesca Mannocchi, e me.

Parla di dei nostri giorni a Gaza, questo agosto, durante le ultime manovre dell'attacco da parte  dell'esercito israeliano.

Di questa macchia indelebile sull'anima di tutto l'Occidente.

venerdì 22 agosto 2014

Cosa cerchi, e dove





Beit Lahiya è sul confine.

Uno dei primi quartieri che puoi incontrare entrando nella striscia di Gaza, attraversando la frontiera da nord, sul valico di Heretz.

Questi palazzi dall'alto di una collina dominano tutto il paesaggio, le facciate rivolte sul muro di recinzione della striscia, e rappresentano un problema strategico per Israele, che durante l'ultima operazione ha trattato il problema in questo modo.


 


Mentre i droni le ronzano sopra la testa e la osservano, una bambina palestinese usa adesso il suo vantaggio strategico dall'alto di questi scheletri di cemento per fermarsi un attimo ed osservare i crateri che i bombardamenti hanno lasciato al posto di interi isolati del suo quartiere, là in basso.




All'inizio di lei non sappiamo nulla.
Si porta dietro la custodia di un iphone e qualcosa avvolto in una carta da regalo: ha cercato di recuperare un orologio a muro, ma era troppo grande per lei.
In poco tempo scopriamo che la sua famiglia vive ancora al terzo piano di uno di questi palazzi, abbandonati da tutto il vicinato perchè troppo esposti alle bombe.







La madre ci scherza sopra: più che delle bombe, dice, la sera che sono rimasti soli in tutto il complesso residenziale senza acqua e corrente elettrica lei ha avuto paura dei fantasmi.

E a questo punto lo chiediamo, ma lo sappiamo già.

Sappiamo perchè sono rimasti a vivere qui, nonostante il pericolo sia altissimo e tutti gli altri se ne siano andati.
Sappiamo perchè non hanno lasciato la casa dove i più piccoli sono nati e cresciuti, dove i loro genitori hanno avuto il coraggio di immaginare un futuro.

C'è una scritta sul muro, davanti alla porta di ingresso di casa loro: la bambina vuole leggercela, la recita come una filastrocca.
Noi non capiamo, e qualcuno cerca di tradurci sommariamente:





La vita senza amore non vale la pena di essere vissuta.



lunedì 26 maggio 2014

Elias


Elias vive a Carrara, fa lo scultore.

L'ho conosciuto più di due anni fa, per un servizio che ho realizzato per Babel, ma per il quale ho ceduto tutti i diritti e non mi è riconosciuta la paternità.

Il servizio lo trovate sulla sua pagina facebook:

https://www.facebook.com/photo.php?v=581254055322811

Elias, oltre che un gran scultore ed uomo di gran cuore, è anche il primo siriano che ricordo di aver incontrato in Italia, e la prima persona con cui ho parlato della guerra in Siria: era Marzo del 2012.

Un anno dopo, in partenza per il conflitto, ricordavo ancora le parole che aveva speso per la sua famiglia.
La pena che sentiva per loro, la voglia che aveva di tornare indietro.

Ho saputo in questi giorni che la sua famiglia sta ancora bene, nonostante il mondo si sia disinteressato alla Siria ed il conflitto si sia acuito ancora.

Spero di incontrarlo di nuovo presto, intanto vi segnalo la sua storia, che resta ancora una bella storia, anche col tempo che è passato.

venerdì 28 marzo 2014

Une histoire de vent


L'aula audiovisivi è quasi vuota.
Mobili bianchi, ordinati.
Fuori, le raffiche di Libeccio tengono ancora lontana la primavera.

Nel mio ricordo, questa volta, non ho voglia.

Perchè è venerdì pomeriggio, le lezioni finite
ed io vorrei saltare sul primo treno e tornare a Massa, a casa, che è tutto il giorno sono fuori ed inizio a sentire la mancanza.
Ma poi a casa ho litigato ieri sera, e non sto bene.
Fatti miei: mi sono scelto un corso di laurea in Cinema, che non mi darà lavoro.
Non so cosa finirò a fare, in futuro.
Ho ammesso di aver sbagliato, forse. Ho detto che sono disposto a cambiare, a ricominciare.
Se mi impegno, posso laurearmi in qualcosa di più importante.

Ho chiesto una mano.

Fatti miei, se ora ho paura.
A casa mi avevano avvisato.
Ormai sono al secondo anno di corso, non ci sono i soldi per farmi studiare altri cinque anni.

Ho avuto la mia scelta.
Fatti miei, se l'ho sbagliata.

Meglio non tornare a casa.

A pensarci bene, quest'aula è proprio il posto giusto.
Davanti a questo scaffale, tra le vhs del corso di storia del cinema, anche se devo fare un'altra scelta non ho paura.
Non cambia nulla, qui. A nessuno interessa: nessuna conseguenza.
Solo io, e i film.

Io e il vento (Une Histoire de Vent)  J. Ivens 1988
l'etichetta si sta scollando. Ci passo sopra il dito.

Una settimana prima l'Andreotti, il professore del corso di ripresa ci ha parlato proprio di questo film.
A sentire lui, questo Ivens è uno dei più grandi registi di tutti i tempi.
Ci ha raccontato quella storia che il regista in questo film ha cercato di lavorare in questa specie di terra di nessuno, a metà tra il linguaggio dei Lumière e quello di Méliès.
A sentire lui, ma questa storia non mi convince ed io non l'ho ascoltato proprio bene. Ero stanco e mi sono distratto.

Ora però che fuori dalla finestra gli alberi e le antenne della tv sui tetti si piegano ad intervalli irregolari, penso che quest'aula è proprio il posto giusto, mentre metto su le cuffie ed inserisco il nastro.


Le Vieil Homme qui est le héros de cette
hisoire est né à la fin du siècle dernier
dans un pays où les hommes se sont toujours
efforcés de dompter la mer et de maîtriser
le vent.

Il a traversé le XX siècle, une caméra à la
main, au milieu des tempêtes de l'histoire
de notre temps.

Au soir de sa vie, à 90 ans, ayant survécu
aux guerres et aux luttes qu'il a filmées,
le vieux cinéaste part pour la Chine. Il a
mûri un projet insensé: capturer l'image
invisible du vent.


Il film inizia così.

Ai piedi di un mulino a vento, un bambino monta sopra un aereo che si è costruito da solo.
Mamma, urla in mezzo alle raffiche, volo via. Vado in Cina.




Solo anni dopo verrò a sapere che quello è l'ultimo film che Joris Ivens abbia realizzato.

In quel momento, mentre il bambino viene coperto dal fumo e dal vento, ho solo l'impressione latente di avere capito qualcosa.

Deve essere un bel modo di vivere una vita, penso.
Ora resta solo da vedere come finisce la storia.


giovedì 16 gennaio 2014

Beasts of the southern wild


The whole universe depends on everything fitting together just right.
If one piece busts, even the smallest piece,
the entire universe will get busted.

Il trailer comincia così. Con questa bambina in mezzo all'acqua, al bosco.
Al cielo, al ghiaccio.

Non molto tempo fa ero a casa di amici. Mi chiedevano un film da guardare, un film di respiro.
Respiro.
Mi è rimasta impressa la richiesta.
Probabilmente intendevano un film con scene all'aperto, bei paesaggi, un pò di azione.
Non mi è venuto in mente nulla che valesse la pena.

Ora, tempo dopo, ripenso alle parole di quella bambina che vive in mezzo alla palude, con suo padre ed una comunità di amici.

A margine della palude gli uomini della terra secca hanno innalzato una diga enorme, per tenere lontana l'acqua.

Un giorno, dice la bambina, la tempesta arriverà e non ci sarà diga che tenga.

un giorno...




"Preproduction is like this little animal that you're raising, "

ho letto dice Benh Zeitlin, il regista del film, riguardo all'esperienza di girare un film:

"and it's like a tiger, and you raise it until it's way bigger and stronger and faster than you, and you can't control it at all. You just set it loose and then you have to chase it. And so for everybody that worked on 'Beasts,' it was like an athletic event. A safari hunt. With this running beast that you're trying not to be destroyed by...it's always fun.
The movies are secondary. The tiger chase comes first."

Ora. Del poco, poco che so riguardo a girare un film, questa è una delle cose più vere che ne abbia sentito dire.

il trailer lo trovate qui




probabilmente non quello che intendevano i miei amici: ma respiro, forse, è la parola adatta per descrivere cosa ho sentito.

martedì 7 gennaio 2014

Il mese del documentario


Ho una segnalazione.

http://ilmese2013.documentaristi.it/conferenza-stampa-il-mese-del-documentario/

Domani alle 19 alla casa del cinema di Roma la conferenza stampa di apertura del Mese del Documentario, una rassegna che seguo con molto interesse da tempo.

A seguire, la proiezione di Below sea level di Gianfranco Rosi. Un film che per me non ha bisogno di presentazioni.
E che è un vero peccato perdere sul grande schermo. Fidatevi.

Il restante mese, alcune città italiane ospiteranno grandi documentari, italiani ed internazionali.

Se avete tempo, fate un salto.
Magari, vi accorgerete di che danno sia non poter avere questi film in televisione, o più spesso sul grande schermo, per tutti noi.

E di che fortuna avere una rassegna di così alto livello a contrastare la tendenza.

qui il programma.

http://ilmese2013.documentaristi.it/citta/

Ci vediamo là.

venerdì 3 gennaio 2014

Il sole attraverso cosa


Lunedì prossimo 6 gennaio su rai 3 va in onda la prima puntata di questa nuova stagione di Presa Diretta.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-deebd0f5-aed9-4c95-8008-fdd6aa78a0f7.html#p=

Riguarda le morti di stato, è anche la prima puntata a cui ho lavorato.

qui una storia a parte sull'argomento

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-292d2f6e-9ce9-4979-84cb-2f5bd476738e.html#p=

Ho avuto grandi soddisfazioni, incontrato una squadra formidabile di persone competenti ed appassionate.

Ora è la mia squadra.

Ho fatto errori, corretto errori, imparato un sacco.
Mi sono mosso molto, più veloce di quanto ero abituato.
Ho guardato il mio paese con occhi nuovi ed ora lo vedo cambiare a ritmo diverso, crescente.
Ho seguito il cambiamento cercando di non perdere nulla.

Da qualche parte, al nord, mentre la telecamera girava, fine autunno, mi è capitato di alzare lo sguardo.

Non avevo mai visto il sole attraverso la nebbia.

mercoledì 16 ottobre 2013

Lungo i bordi


Quattordici anni, liceo appena iniziato e non mi rendevo conto.

Tommy e gli altri fanti di Massa ci erano già passati: perchè perdessero tempo con questo marmocchio resta ad oggi un mistero.

Non entravo a scuola, scroccavo un passaggio in motorino, in qualche modo arrivavo a marina.
Li beccavo su una panchina davanti alla sala giochi, lungo il corso.
Non c'era lezione, sui banchi di scuola, che potesse tenere testa a quella panchina.
Tutto quello che so di letteratura, musica, arte in genere comincia lì.

Ho ripensato al giorno in cui Tommy mi diede queste due musicassette: registrate da lui, coi titoli degli album e le tracce scritte sul dorso a pennarello.
Come facevamo per gli amici, come non succede più.

Massimo Volume - Stanze
                                 - Lungo i bordi

c'era scritto.

Il posto che quei due album si sono tenuti qui nel petto sono andato a ricercarlo poche settimane fa, quando mi hanno proposto di partecipare al video per il nuovo singolo dei Massimo Volume, la Cena, che è qui


un piccolo contributo che mi riempie di soddisfazione.

Il tempo, diceva Mimì, scorre lungo i bordi.

martedì 9 luglio 2013

Di quello che so




Il 12, venerdì sera all'interno della rassegna ci sono anche io,
ho preso l'impegno da un pò.

Parlano di Siria, loro, chè io non ho alcuna autorità per farlo: l'ho detto dall'inizio.

Io parlo di Beppe, di Argentina, della storia più bella che conosco.
Forse, anche dell'unica che conosco veramente.

Se avete tempo ci vediamo là.

martedì 4 giugno 2013

Andiamo.


Nulla, è che stamani ho letto questo:

http://www.leggo.it/NEWS/ROMA/roma_francesco_de_salazar_candida_due_liste/notizie/287573.shtml

Si è candidato in due liste contrapposte ed è stato ELETTO in entrambe le liste.

L'Italia con la politica è come..
L'Italia alla politica gli fa una cosa che io non...

Niente, più ci penso e più penso che qui John Belushi recitasse il ruolo dell'Italia, e la principessa Leila ( non lo sa nemmeno lei come si chiama, dai: è la principessa leila e basta )
la principessa Leila recitava la politica, in questa scena.




compreso il bacio, il tonfo nel fango e "andiamo"

domenica 19 maggio 2013

Fuori campo



Mi avevano detto che sarebbe stato così.

Avevano detto tornerai a pensarci, per ancora molto tempo. Per un oggetto qualsiasi, un odore, per un rumore.

Se avrai fortuna per una foto.

E' passato un mese, stamani mi è arrivata questa.

Nel mio ricordo quel momento non ha questi colori. Il sole colpiva tutto con più forza, mi lasciava ancora confuso.
Dietro alle nostre spalle, dove continua quel sentiero, trenta metri più in basso c'è uno spiazzo con una porta da calcio dalla rete strappata.
Dallo spiazzo la strada continua verso destra e scende ancora di poco, fino ad arrivare al confine, che è una sbarra di ferro nera con un casottino e due guardie.
Oltre, ritorna la Siria e la strada è la stessa, stessa la polvere che abbiamo sotto i nostri piedi.
Una bimba ci gioca in mezzo, si ferma e si sposta di lato. Rimane a guardare la nostra auto sfrecciare ai cento all'ora sul suo campo di gioco.
All'ombra di una piccola terrazza davanti casa, una famiglia prende il thè. Il capofamiglia parla quieto con due uomini e una donna, qualche ragazzo in piedi. Una parte della casa è crollata, ci fermiamo a chiedere se per il confine andiamo bene.
Ci dicono di tornare indietro e prendere la prima a destra. Alzano la mano e ci salutano nel loro modo.
Sia con voi la pace.
Indietro su buche e curve, pini e tende sui campi spaccati, lasciamo la zona di pericolo verso quel segno a penna sulla cartina che trattiene le bombe, i cannoni, la miseria.

Qualcuno, non ricordo chi, chiede di andare piano. Tutti ci opponiamo alla richiesta.

La benda è solo un pezzo di stoffa bianco, ora. Mi gira e gira ancora in mano.
La nostra scorta, l'uomo che è stato rinchiuso con noi per tre giorni, me la prende.
Il pezzo di stoffa vola sulla strada, fuori dal finestrino, atterra sulla polvere e se ne scappa con lo sfondo.

You are free.

Ci scambiamo pacche sulle spalle.
Indietro ancora incrociamo e superiamo furgoni pieni di mobili che faticano sulle salite, ragazzi in motorino, autostrade sconnesse e deserte.
Prima ancora la strada si ferma, torna il buio della stanza, e le voci di noi quattro che ci facciamo forza.

La Siria, il suo popolo, le sue vicende, la nostra.

Da quel giorno per me resta tutto su quella strada, a metà, non mostrato eppure chiaro.

Perfettamente inquadrato fuori campo.



giovedì 16 maggio 2013

Non siamo più noi


La prima volta è stato nel 2004.

Ero a Roma da pochi mesi, ed avevo appena conosciuto Sergio Spina.

minuto 2 e 30 secondi, questo brindisi all'analogico lo offro io:

 

Vorrei scrivere pagine intere su Sergio Spina e sulla sua figura leggendaria.
Non posso, non fosse altro per onestà: sono stato a cena a casa sua una volta sola.
Ma la ricordo come stessi ancora mangiando: c'era anche Amedeo Ricucci, anche se è un'altra storia.

Durante la cena è Sergio stesso a spiegarmi perchè la cucina italiana è la migliore, nel mondo.
Non per spavalderia: mi dà una spiegazione storica etnologica culturale: siamo, dice, il primo paese dove allevamento e macellazione di tutti i tipi di animali sono stati conosciuti e padroneggiati contemporaneamente, ed allo stesso tempo il primo paese con le condizioni climatiche adatte alla crescita della maggior varietà di vegetali commestibili.
Aggiungi il mare, dice, mentre mi serve il primo piatto di pasta e bottarga che abbia mai visto, e sei a posto.
Ed ero a posto davvero.

In mezzo alla cena Sergio si è alzato ed ha acceso il dvd.

http://grooveshark.com/s/Practising+Practising+Just+Great/39fZvh?src=5

le prime note giocavano col nostro silenzio, si spargevano sui piatti, ci allargavano un sorriso.
a 2 minuti e 38, con l'ingresso dell'orchestra, Sergio portava in avanti il braccio, a pugno chiuso.
Da sotto gli occhiali fissava con occhi felici: "Senti che potenza!"

Io avevo da poco finito l'università, pensavo alla Roma di Pompeo, alla leggenda del suo arrivo alla villa di Lucullo:

 - is enim tam splendide epulabatur ut nemo umquam magnificentiora convivia apparare posset.


 - quello (Lucullo) infatti pranzava così splendidamente che nessuno mai poteva preparare convivi più magnificenti.

Cena perfetta, musica ispirata, conversazione di cultura: Lucullo e Pompeo per me, in quel momento, non erano un'altra storia. Mancava solo che Ricucci e Spina indossassero toghe e calzari.

Non è una bella immagine, lo so.

Forse centra meglio il tutto Ricucci stesso quando dice che andare a cena da Sergio Spina era come andare a cena da John Belushi.

Ma è un'altra storia, appunto.

La mia prima volta, dicevamo.
Avevo appena conosciuto Spina, e lui stesso mi aveva portato alla Road.

In quei giorni Sergio stava completando una puntata della Storia Siamo Noi.

Ostalghia, si chiamava la puntata.



Una puntata che tirava le somme di quello che dopo l'unificazione della Germania era stato un sentimento diffuso nelle generazioni precedenti alla mia: lo nostalgia per la DDR.
Avevo rivissuto il crollo del muro di Berlino ed i momenti seguenti, mentre catturavo il materiale per quella puntata.

La mia prima volta, a La Storia Siamo Noi, era stata da assistente.

Anche la seconda volta, sempre alla Road, qualche giorno più tardi, avevo collaborato a questo:


Ancora, caricando trasmissioni radiofoniche e archivi RAI avevo imparato un sacco di cose sulla nascita dell'informazione indipendente e di un nuovo mezzo di intrattenimento, in Italia: le prime radio libere.
Questo avveniva mentre anche internet si preparava a diventare nuovo tramite di informazione ed intrattenimento indipendente, per me, e avevo tracciato le analogie tra la mia esperienza e quelle dei protagnoisti della puntata.
L'autore della trasmissione era Amedeo Ricucci: è così che l'ho conosciuto; la cena da Sergio Spina, anche se la racconto prima, è avvenuta dopo.

Per inciso: dalla Road Television, bene o male, non mi sono più allontanato.
E' ancora il posto a Roma dove assisto alla realizzazione dei migliori prodotti televisivi, con le migliori maestranze.

A parte la Road, ci sono state moltissime altre volte.

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntate/beijing-lhasa/828/default.aspx

Questa da montatore.
Era il 2007, la Cina stava sviluppando una politica economica che non riguardava più il cambiamento del nostro futuro: la bancarotta di Lehman Brothers ci sarebbe stata un anno dopo, ma io avevo già potuto sentire tutto nell'aria mentre lavoravo a quella puntata a Firenze, in un altro studio che mi ha sempre impressionato per competenze e professionalità:

http://visualaffaire.com/Site/Visual_Affaire.html

Molte altre volte ho collaborato da esterno al programma, trattando molte altre storie:  dal cinema indipendente indiano a Piazza Fontana.

L'ultima in ordine di tempo è anche la più famosa purtroppo.

http://www.amedeoricucci.it/silenzio-si-muore/


Per me, è stato solo un altro passo di crescita umana e professionale.

La notizia che ho letto stamani

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/spettacolo/2013/05/16/RAI-GUBITOSI-STORIA-CHIUDE-LASCIA-MINOLI_8715327.html

mi ha posto un dubbio sul futuro del programma.

Considerato che il programma, poi, ha seguito la mia crescita come un compagno, da quando ho cominciato questo lavoro, il dubbio si è esteso anche a me.

Credo siano in molti, a pensarla come me, ognuno con la sua storia personale.

Un sacco di storie.
Che no, ora che mi viene in mente non sono altre storie.
Sono, e fanno parte, di una unica grande Storia.

Che sarebbe un enorme danno, se smettessimo di essere noi.

sabato 4 maggio 2013

Il dolore dell'uomo


Di corsa, perchè sto partecipando a questo

https://twitter.com/FestGiornalismo/status/330367239863816192/photo/1

ieri ricorreva la giornata mondiale della libertà di informazione,
ho incontrato dopo qualche giorno Susan, Elio ed Amedeo.
abbiamo parlato della nostra esperienza all'inaugurazione del festival del giornalismo d'inchiesta di Marsala.

Ho parlato di quanto è stato importante, per me, leggere l'intervista a Domenico Quirico uscita su La Stampa ieri mattina.

Ve la allego qui, ha un sacco di temi a me cari. E dice tutto quello che si può dire sull'importanza di condividere un'esperienza forte come quella della guerra, per poterla raccontare.


Mio padre mi ha chiamato ieri: mi ha chiesto come fare per esprimere la nostra vicinanza, di tutta la famiglia Vignali, a tutta la famiglia Quirico.
Non sono bravo, in queste cose. Per ora lo faccio qui, presto scriveremo insieme al giornale.
Spero di conoscere Domenico Quirico di persona, un giorno.

Lo spero davvero tanto.

Intanto, leggete questo, vi prego.

http://www.lastampa.it/2013/05/03/esteri/quirico-il-dolore-dell-uomo-va-condiviso-per-raccontarlo-Y01p7HwoLYIqhXe4HVXTwO/pagina.html

lunedì 15 aprile 2013

Come va





Dieci notti, undici giorni.

Quattro persone.

Porto nel cuore con me tutti quanti ci hanno scritto, pensato, cercato, pregato di tornare a casa in questo tempo.
Siete importanti, per me.

Quando Amedeo mi ha parlato del progetto Silenzio, si muore, sono sicuro non pensava a questo.
Non parlo degli imprevisti che succedono.
Parlo di un'altra cosa.

La guerra in Siria dura da quasi due anni, ormai.
E' diventata uno scempio sanguinario, un'ingiustizia sempre più taciuta.
Milioni di persone la vivono ogni giorno, senza possibilità di redenzione, nell'indifferenza del mondo esterno.
Quattro giornalisti rilasciati, decine di innocenti morti in questi giorni.

I giornali parlano di noi.

Volete sapere come stiamo? Bene.
E' stato difficile?
Quante altre mamme vivono quello che ha vissuto la mia, da quanto tempo. Per quanto tempo, ancora.
Non è stato difficile, andate a cercare le persone per le quali è difficile.

Stiamo bene. Chiedetevi come stanno tutti quegli altri ragazzi, uomini, donne come noi.

Sentite, per un attimo, la loro mancanza come avete sentito la nostra.

Provate il desiderio di abbracciarli, di parlarci, di guardarli sorridere ancora come avete fatto per noi.

Seguite le loro storie, infuriatevi perchè nessuno parla più di loro, e vi mancano.


”Sono andato in Siria per parlare di quella sporca guerra,
non sono contento che invece si parli di me, non è quello che volevo”

Amedeo Ricucci
 

martedì 2 aprile 2013

Aprile


http://www.amedeoricucci.it/silenzio-si-muore/


In questi ultimi tempi non ho scritto molto.

Stavo preparando il viaggio per questo progetto, del quale faccio parte e che è iniziato da già due giorni.

Non ne ho parlato, e non ne parlerò molto durante lo svoglimento, perchè sarò molto impegnato a far funzionare tutto.

Ma sto scrivendo un diario, e quando sarà finito lo metterò online.

Intanto, il progetto di Amedeo potrete seguirlo anche su

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/


a presto