giovedì 7 marzo 2013

va bene, no?


Come al solito, non abbiamo la minima idea di cosa fare.

Forse un pò ce l'abbiamo, forse no, ma comunque se abbiamo qualche idea non la giochiamo così, ora.
Ce la lasciamo per dopo, quando sarà partito tutto.
Non vogliamo ragionarci sopra. Siamo troppo bravi, per doverci ragionare sopra.

Vogliamo che si apra la tenda sul palco: la luce ci accechi, la gente ci pietrifichi, l'aria ci affoghi.
Vogliamo che il silenzio ci zompi addosso, l'odore ci consumi, la folla ci chiami.

Vogliamo restare a chiederci come è possibile. Vogliamo che la meraviglia ci si infranga addosso come un'onda. Un'onda di mipiace e click, che laverà via ogni incertezza, ogni rigidità, ogni dubbio.

Quando tutto questo sarà arrivato al nostro stomaco, che studi scientifici confermano nei bipedi sia l'organo creato ad arte per questo scopo, lui, il nostro stomaco, darà una risposta immediata e travolgente.
Senza, passare dall'intestino. Siamo professionisti, noi.

Sarà passato pochissimo e già staremo ballando, urlando, scherzando, ridendo a crepapelle.

Qualcuno dice ancora che non abbiamo pianificato nulla perchè semplicemente nel cervello, che ancora studi scientifici dimostrano essere organo anche troppo sopravvalutato, nel cervello dicevo non abbiamo nulla.

Ahah. Buona questa.

Sempre qualcuno dice che magari a pensare qualcosa prima, progettare un pò, certi problemi si risolvono meglio, magari dopo, quando si presentano.

Lo mettiamo in mezzo, qualcuno, e gli facciamo vedere cosa vuol dire, avere problemi da risolvere.
Se qualcuno poi ha ancora voglia di fare il furbo, è il benvenuto.

Siamo troppo bravi.

Qui, seduti sul divano, in silenzio. Facce immobili. Corpi oblunghi.

Che a vederci così qualcuno direbbe sembriamo un pò in paranoia. Giusto un pò.

Direbbe, qualcuno.
In realtà è lì nell'angolo che sta zitto e aspetta di vedere come va a finire.

E noi lo teniamo lì, con queste facce da scemi che sono l'esca perfetta.

Perchè fino a che non lo sappiamo noi, cosa stiamo per fare, non lo sa nemmeno chi ci sta guardando.

Domani alle 12,30 inizia la terza diretta da casa di Gipi.

La prima è stata un successo.

Akab l'ha riassunta così




La seconda è stata poche ore fa.

E' stata ancora meglio, secondo me. Qualcuno non l'ha vista, e ha riportato i soliti motivi futili.. "salta la connessione, il video va a scatti".

Come se la colpa se salta la connessione internet in upload fosse nostra. Qualcuno direbbe così. Qualcuno non ci vuole bene.

D'altronde, i video si possono rivedere qui. Se siete qualcuno, provate a dire che non siamo bravi.

E se qualcuno ha voglia, provi ad indovinare cosa combiniamo domani, sempre qui,

mentre fino a quel momento ce ne stiamo sul divano, corpi immobili e facce esca.

mercoledì 6 marzo 2013

white blue


OVVIO CHE FA FREDDO. Sapevo che avrebbe fatto freddo. Avrei dovuto sapere che avrebbe fatto freddo.
(...) e mi piaceva anche, il freddo, lo accoglievo felice, lo padroneggiavo.



Il penultimo capitolo di Eggers inizia così.

L'ho iniziato sul treno di ritorno, carico di una giornata di lavoro, venti ore prima.
In venti ore, poi, sono tornato a Massa, mi sono preparato qualcosa per cena, ho fatto una doccia e sono uscito di corsa. Ho cercato qualcuno in centro, non ho trovato nessuno.
Colpa del freddo, ovvio che fa freddo. E' scesa una perturbazione da nord, porta la neve.
Ho continuato a girare, mi sono spostato più a sud, ancora non ho trovato nessuno.

Quando va così, il semplice vagare per la tua città, forse il semplice vagare e basta diventa una cosa diversa, più avida, che non so raccontare. Sapevo che avrebbe fatto freddo.

Sono finito ubriaco da qualche parte, a casa di amici. Probabilmente verso Viareggio. O forse Pietrasanta. Non lo so. Ho passato la notte da loro.

Mi sveglio venti ore dopo, mattina presto.
Guardo bene il calendario, che non è il mio, attaccato alla parete che non è la mia.
24 febbraio 2013, è passato un altro anno.

Vado in bagno, cerco acqua per diluire il mal di testa. Puzzo di una notte fuori, apro la finestra per prendere aria.
Ancora poca luce,
avrei dovuto sapere che avrebbe fatto freddo.





Sulle prime dò la colpa all'alcool. Il freddo dalla faccia scende nei polmoni e lava via ogni dubbio:
ce l'ho di fronte davvero.

Ho questo amico, un operatore molto bravo.
E' convinto che se ti svegli presto la mattina, qualunque sessione di riprese tu abbia davanti andrà meglio. Gli ho chiesto perchè, non mi ha mai spiegato bene.
Se guardi la prima luce del giorno, dice lui, resta dentro ogni immagine che giri, dopo.

Scendo in spiaggia.




Non sono solo.
Fa bene, ti aiuta a capire che non è tutto lì solo per te.
Perchè neve e mare per me sono sempre stati due mondi magici, accostabili solo una volta ogni molti anni, e mai così tanto.
Come le profezie.
Tranne che quando succede qualcosa così, finisci per farti certe domande che non vuoi farti mai.
Che riguardano quello che può succedere e quello che no. E chi decide se si o no.

Che riguardano i luoghi dove sei stato, su questa palla di terra, e quelli dove no.
E se c'è un posto per te, negli uni e negli altri.
E ancora, chi decide.
Chi decide dove sei, e se stai bene con quello che hai intorno.




Del giorno che chiamiamo 24 febbraio i Romani ad un certo punto avevano deciso ce ne sarebbero stati due, in un anno, una volta ogni 4 anni. Il secondo lo chiamavano come il primo, ma aggiungevano bis.
Ho sempre pensato fosse un pò come prendere un giornata, con tutto quello che c'è stato dentro, e dargli una seconda possibilità.

A volte, anche in altri giorni, penso la stessa cosa quando mi sveglio presto la mattina e guardo sorgere l'alba.
Fino a quando non torna la notte resto con l'impressione di aver rubato alla realtà quell'intera giornata: quello che accade, i posti che visito, la gente che li vive.

Di aver permesso cose che altrimenti non avrebbero potuto.